Theosophical University Press Online Edition

The Masks of Odin: Wisdom of the Ancient Norse by Elsa-Brita Titchenell


Parte I

COMMENTARIO

Capitolo 1

I Miti — Una Capsula del Tempo

Una delle cose più affascinanti dei miti è che appaiono più duraturi della vita stessa. Anonimi e senza tempo, sembrano giacere increati in qualche limbo universale, aspettando di essere scoperti. Il loro messaggio è eterno come lo spazio illimitato, diffuso come le energie che fanno turbinare la polvere cosmica in spirali e roteare i mondi atomici nelle formazioni organizzate che sono i mondi più vasti.

Può esistere una sola verità, una realtà che tutto abbraccia, che è proprietà comune di tutta l'umanità. È sempre esistita ed esiste tuttora. Dalla luce bianca di quella verità primordiale s'irradiano le mitologie e le scritture del mondo e, anche se la luce rimane ancora, è frantumata attraverso innumerevoli menti umane nei colori prismatici della conoscenza parziale e dei differenti credi. Tuttavia, confrontando le diverse mitologie, possiamo ancora discernere in esse la verità che diede loro origine.

Tra le molte espressioni delle antiche tradizioni in varie parti del globo troviamo che le Edde Norrene contengono scienza e filosofia di alto livello, una conoscenza a tutto tondo che costituiva anche la religione di qualche popolo dimenticato da lungo tempo, che deve aver preceduto l'era dei Vichinghi, e nessuno sa in che periodo. A giudicare dalle idee che incorporavano nei loro racconti, includevano nelle loro raffigurazioni del mondo una consapevolezza di molte delle forze e delle potenze che noi conosciamo sotto diversi nomi e che sono state riscoperte dalla scienza suppergiù durante il secolo passato. Considerando che la tradizione norrena, sebbene nei suoi elementi essenziali risalga a una preistoria sconosciuta, ha dovuto passare attraverso il mondo delle zuffe dei guerrieri Vichinghi e ha indubbiamente dovuto abbozzare, nel dipingere le avventure degli dèi e dei giganti, una tavolozza più vivida di quella usata originariamente, è notevole quanta profonda filosofia sia oggi riconoscibile da noi.

Molte generazioni che esposero ripetutamente i racconti probabilmente non ne comprendevano l'importanza; per loro, i racconti servivano semplicemente a far passare le lunghe notti buie, e a popolare i cieli e la terra di dèi ed eroi. Se preservarono casualmente le antiche tradizioni per le successive e più ricettive generazioni, chi può dire che non fosse questo lo scopo dei mitografi? È veramente un miracolo che questi canti e queste storie continuino ad esistere ancora, se consideriamo che solo pochi dei libri più venduti oggi sopravvivono perfino all'anno della loro pubblicazione. Se i miti tramandavano soltanto gli eventi comuni, reali o immaginari, avrebbero dovuto cadere nel dimenticatoio molto tempo fa. La loro longevità è dovuta a una stabilità incorporata che poggia su un substrato di realtà, indipendentemente dalle caratteristiche climatiche e regionali che prestavano le loro sfumature a queste storie. La maggior parte dei popoli ha familiarità con un'abbondanza di racconti classici, epici, e mitologici, di parecchi gruppi di popoli; noi li impariamo come bambini e, come genitori, li trasmettiamo senza chiederci da dove provengano, semplicemente perché sono interessanti e ci piacciono. E, tuttavia, nelle nostre lingue, la parola "mito" è venuta a significare qualcosa di spurio senza qualche base realistica. I miti erano trasmessi oralmente per ere, cantati da chi aveva imparato a memoria un'incredibile quantità di versi, ed è una questione controversa se quei bardi fossero meno precisi rispetto alla parola scritta. Sappiamo tutti con quale veemenza i bambini si oppongono a qualsiasi cambiamento quando ascoltano le classiche fiabe. Forse riconoscono istintivamente che queste storie sono sacre e devono essere protette da manipolazioni.

Naturalmente, non tutti i miti hanno un significato. Alcuni sono semplicemente divertenti; altri suggeriscono una scienza reale, sebbene formulata in un dialetto poco familiare, mentre soggetti che consideriamo distinti e separati — astronomia, biologia, antropologia, psicologia, fisica — sono trattati come un insieme integrato. Le allusioni alla storia da tempo dimenticata per noi sono prive di significato; comunque, i miti, trattando temi senza tempo e di un'applicazione universale — la creazione dei mondi, gli eventi astronomici, la storia naturale — preservano attraverso le ere la scienza, la filosofia e la religione, ed emergono dall'oscurità quando una generazione percepisce il loro messaggio.

Poiché ogni mitologia derivante dalle tradizioni più antiche echeggia la stessa grande cosmogonia e impartisce istruzioni similari per la vita etica nel suo codice distintivo, possiamo parzialmente decifrare quel codice raffrontando vari sistemi. Senza questa decodificazione, molte fiabe, molti ritrovamenti archeologici, leggende, opere e miti, restano privi di significato, una copertina senza un libro, una cornice che circonda una tela vuota. Ma se prendiamo in esame il messaggio interno ai miti possiamo, in verità, definirli una preziosa capsula del tempo — non piena di cose, ma che consiste di una saggezza che sotto le sembianze delle storie conserva intatta la nostra eredità di tutto quello che ha un valore durevole.

Il Linguaggio dei Miti

La mitologia non è proprio una raccolta di storie; è un linguaggio. Come altri linguaggi, usa i simboli per trasmettere idee secondo associazioni classiche: simboli come "sopra," "alto," "sublime," denotano cose che sono nobili ed elevanti, e "giù," "inferiore," "basso," denotano cose ignobili e indesiderabili.

Un tipo di simbolo che si trova spesso nelle Edde è la "perifrasi," usata perché si credeva che dare il vostro vero nome a uno straniero significasse dargli potere su di voi, e così era preferibile un epiteto descrittivo, la perifrasi. Per comprendere le Edde dobbiamo quindi esaminare l'etimologia dei nomi, perché spesso ci fornirà una chiave del ruolo coperto da un personaggio in una particolare situazione. Quando ci sono delle perifrasi, abbiamo cercato di tradurle per dare al lettore un'opportunità di discernere da solo i loro significati. Spesso, una perifrasi è usata anche per richiamare l'attenzione sul particolare aspetto di una persona o oggetto che al momento risulta rilevante.

Ad esempio, quando l'afflitta Idun giace piangente, caduta dall'Albero della Vita, il Discorso racconta di come "le lacrime cadevano dagli scudi del suo cervello." Potremmo tradurlo "dai suoi occhi," naturalmente, ma questa traduzione priverebbe il poema del suo particolare sapore. Ugualmente, l'Albero della Vita, Yggdrasil, è raramente menzionato due volte con lo stesso nome. Può essere chiamato il "sostenitore della vita," il donatore d'ombra," la "pacciamatura del suolo," il "nobile albero di Frassino," il "cavallo di Odino," o il "patibolo di Odino" (su cui egli è crocifisso).

I miti norreni fanno anche uso di giochi di parole, che possono essere un metodo efficace e intricato d'insegnamento. Un esempio notevole è il racconto di Cenerentola, il cui vero titolo racchiude una notevole dose di saggezza. In Francese lei è Cendrillon, e in Inglese è la piccola 'Polly Flinders' (che sta seduta tra le ceneri). È un racconto troppo noto per aver bisogno di essere ripetuto, e la simbologia è chiara. In breve, la fanciulla orfana è maltrattata dalla matrigna cattiva e dalle sue perfide figlie; l'anima umana che ha perso il contatto con il suo padre nel cielo è dominata dal lato inferiore della natura che non è la sua vera famiglia. Notate che è una matrigna, non una vera madre, a rappresentare la malvagità. Allontanata dal suo luogo appropriato, l'anima lavora per recuperare la sua giusta posizione. Con purezza e virtù si guadagna l'aiuto della sua madrina, che è una fata, l'anima spirituale. Molti racconti usano questo tema di una misteriosa madrina dispensatrice di doni, che rappresentano le qualità più fini di un'anima, sviluppate attraverso il merito individuale. Questo potere elfico che unisce l'anima umana alla sua divina sorgente è il canale (l'elfo) che conferisce alla fanciulla tutte le doti spirituali che lei ha meritato.

La Cenerentola Norrena si chiama Askungen — (ask, cenere + unge, bambina), "la bambina della cenere." Lei è un germoglio del "nobile albero del Frassino," Yggdrasil, l'Albero della Vita, che sostiene i mondi con tutte le loro forme di vita sui suoi rami. Tutti gli esseri viventi sono figli dell'Albero del Frassino cosmico, dalla particella più minuta a quella più grande. Inoltre, ciascuno di noi non solo è un membro dell'albero cosmico ma, per suo diritto, un albero della vita.

La bambina della cenere rinasce anche ciclicamente dalle ceneri del suo primo sé, come la fenice. Vi è pure un collegamento con Gullveig, "la sete dell'oro," che incita la mente cosciente a cercare "l'oro" dei mistici alchemisti — la saggezza. Gullveig è definita come "tre volte bruciata e tre volte rinata, e tuttavia lei vive." (Völuspá, 22)

Se Askungen è scritto ás-kunnigr, allora sono rivelati altri significati di questo termine versatile: primo, "consanguineo di dio" — cioè, di lignaggio divino; e ancora, "che conosce dio" — avendo la conoscenza della divinità; e anche "che conosce come un dio" — poiché possiede la saggezza divina; e ancora, "conosciuto agli dèi." Ognuno di questi significati potrebbe descrivere le rare anime che hanno ottenuto la perfezione umana. Emerge un ulteriore significato se dividiamo la parola ás-kungen: significa "il re degli aesir," e implica che il sovrano degli dèi è insito nell'orfanella della storia. Così, con un ingegnoso gioco di parole il titolo di questa fiaba trasmette una ricca filosofia.

Molti interpreti hanno evidenziato il ruolo ricoperto dalle migrazioni razziali nei racconti mitologiche, e indubbiamente Odino, le cui gesta e la cui supremazia sopravvivono sotto forma di storia, rappresentava un popolo primordiale, forse proveniente da uno degli strati più profondi di Troia, com'è stato supposto da più di un mitologo. Nondimeno, questo non impedisce in alcun modo altre applicazioni delle saghe — astronomiche, psicologiche e spirituali. Tutto il pantheon rappresenta le proprietà che esistono in natura — e in noi stessi — che hanno evidentemente un'importanza vitale non solo per noi che siamo i regni terrestri ma che influenzano anche la qualità della vita attraverso tutto il regno solare.

L'effettiva divulgazione delle idee richiede tre fattori: primo, il messaggio da impartire; secondo, i significati dell'espressione usata per trasmettere il messaggio; terzo, una mente comprensiva preparata a riceverlo. Ne consegue che le scritture mitologiche devono attingere a una perenne conoscenza comune e ricorrere a eventi che illustrino le loro verità. Quindi, le cose che fanno parte dell'immaginario collettivo sono evidenziate attraverso i miti: la guerra e le battaglie sono preminentemente rappresentate perché sono state tutte, troppo frequentemente, una parte familiare della scena umana; inoltre, raffigurano vivamente il conflitto che ha luogo nell'anima di un individuo che ha intrapreso la ricerca delle mete finali e degli ideali elevati. Questo perseguimento del progresso umano verso un livello più nobile è in gran parte quello che i poemi epici si prefiggono di incoraggiare.

I Racconti degli Eroi

I racconti degli eroi delle Edde hanno un carattere marcatamente duale. Sono sia quasi storici che leggendari, e trattano una profusione di eventi che intrecciano un ampio numero di personaggi in una rete di trame e complotti, di faide e sotterfugi. Molti degli avvenimenti connessi sono così coinvolgenti e i loro protagonisti così numerosi, che dipanare il filo delle storie rappresenta una sfida alla maggior parte dei genealogisti specializzati. Comunque, con qualche retroterra della metodologia mitologica possiamo distinguere un barlume di luce che indica un modello adeguato al progresso delle primordiali razze umane, le loro caratteristiche, i loro metodi di vivere e i mezzi di propragazione.

La filosofia teosofica colloca l'uomo tra i creatori del nostro mondo fin dal principio, quando lui e il globo stesso non erano ancora di sostanza fisica come la conosciamo oggi, ma si condensarono molto lentamente da una nebulosa primordiale. I nomi degli eroi più antichi ce ne danno un'interessante conferma. Se le loro gesta sono un modo di simbolizzare il progresso di queste prime razze, possiamo rintracciare la nostra discendenza dai fasci amorfi di nubi fino agli esseri gelatinosi e infine di carne; da organismi asessuati a quelli androgini e a quelli bisessuati; e da impulsi irriflessivi, sognanti, non coscienti, fino alle intelligenze gradualmente risvegliate. Dal regno più esperto degli dèi inferiori i protoumani furono guidati e istruiti a pianificare, coltivare, mietere, modellare oggetti, affilare strumenti e, nel corso del tempo, a diventare autosufficienti e indipendenti. Nei racconti degli eroi possiamo vedere, dal modo in cui i personaggi interagiscono, come le forme di vita si modificarono attraverso immense durate di tempo e quindi cambiarono la composizione del globo. I tipi successivi, umani e non umani, si susseguirono l'uno con l'altro, in competizione per l'ambiente e la vitalità, con antagonisti e familiari che conquistavano e si soppiantavano reciprocamente, e con molteplici matrimoni generavano uno scenario di figli radicalmente differenti. Alcuni non erano né umani né bestiali ma creature curiosamente duttili, che compivano passivamente azioni inaspettate e indiscusse.

Per relazionare le epopee alla preistoria dell'umanità si dovrebbero districare i numerosi e intricati fili delle narrazioni — un'impresa monumentale con nessuna sicurezza di un'interpretazione o di una sequenza precisa. La lunga saga di Sigurd Fáfnesbane (la rovina di Fáfnir) è un accenno a quei remoti eoni. La versione germanica è conosciuta come una parte del ciclo dei Nibelungen.

Nibelungen, o Niflungar, nel linguaggio norreno significa "i figli della nebbia" (nifl, nebulosa). Ricordando molto da vicino i "Figli della Nebbia di Fuoco" nella Dottrina Segreta, essi appaiono anche come le forze che furono d'aiuto nel portare in esistenza il mondo primordiale. Ai Niflungar seguirono i Völsungar, che significa "figli di völsi (fallo)," un'umanità molto posteriore che aveva cominciato a propagarsi sessualmente — uno sviluppo che la teosofia colloca nella terza e nelle susseguenti umanità.

Intervallate con la saga ci sono numerose faide che evidentemente si riferiscono a una successione di razze, a ramificazioni di razze e tribù minori, come pure ai vari tipi di coscienza rudimentale, caratteristica dei popoli nelle prime fasi della vita del pianeta. La storia contiene un mucchio di inganni e vendette, vendette sanguinose perpetuate attraverso intere generazioni, raccontati tutti nello stile narrativo imparziale, senza giudizi, che è uno dei distintivi della mitologia genuina. Le valutazioni sono di competenza della finzione e riflettono le usanze passeggere di un'era; i racconti mitici tramandano gli avvenimenti senza lode né biasimo.

Nascoste nel simbolismo di questi racconti con le loro numerose digressioni possiamo individuare, dall'abbondanza di aneddoti, l'avanzare impetuoso, lungo le ere, del primordiale sviluppo del nostro pianeta, quando la sua materia si stava ancora consolidando e tutti i regni della natura erano in fase di formazione. La crescente sostanzialità e la varietà di forme fornirono i mezzi per l'evoluzione fisica, mentre fu messa in moto anche la dinamica che tendeva a ritardare lo sviluppo della spiritualità che, prima del punto di svolta, era controbilanciata dall'evento ricordato come la venuta di Rig, quando un raggio del dio Heimdal, "l'Áse più canuto," entrò nell'umanità in tre fasi successive.[1] Il nostro lignaggio è quindi tre volte divino. Ancora, come Sigurd (la rovina di Fáfnir), noi siamo istruiti da dio e, come lui, illusi dagli inganni della materia, e dobbiamo rimediare e ricostituire la spada che abbiamo ereditato: la volontà con cui superare l'illusione e risvegliare le Valchirie nell'anima.

La Scienza nell'Edda

Per riconoscere i riferimenti a fatti e artifizi nelle leggende e nella tradizione mitologica dobbiamo noi stessi avere una certa familiarità con le cose alle quali si fa riferimento. Ci vuole un tecnico dello stesso tipo per riconoscere la descrizione di un'invenzione tecnologica di un altro, e ci vuole la conoscenza di un fenomeno naturale per riconoscerne la descrizione in un mito. Nei miti, i riferimenti a elettricità, magnetismo, o alla conduttività, passavano inosservati dagli studiosi dei secoli precedenti, che sapevano poco o niente di queste cose; che i "carri alati" e le "lame piumate" dell'Edda — come i "carri celesti" sanscriti del Mahābhārata e del Rāmāyana hindu[2] — potessero aver descritto strumenti di volo, prima di quando noi abbiamo avuto l'aviazione, era sfuggito alla loro conoscenza. Oggi che usiamo normalmente gli aerei, possiamo, se vogliamo, rintracciare forti indicazioni che non solo i viaggi aerei, ma anche le fasce di Van Allen, il campo magnetico della terra, i buchi neri, e il QSOs[3] erano noti ai creatori di miti. Abbiamo ancora da imparare quali forze prodigiose fossero usate da qualche costruttore dei monumenti ciclopici e delle piramidi, e come facessero a muovere massi che pesavano tonnellate e modellarli con precisione come un gioiello, in luoghi così distanti come Egitto, Perù, Britannia e Cambogia.

Gli archeo-astronomi sono abbastanza sicuri che molti, se non tutti, dei cerchi di pietre della Britannia — Stonehenge è solo uno delle centinaia di questi siti e certamente il più conosciuto — furono costruiti e usati per osservare i movimenti dei corpi celesti; tra le altre cose, gli allineamenti dei dolmen erano apparentemente usati per calcolare le eclissi, qualcosa che richiede uno studio raffinato da lungo tempo e un calcolo preciso. Si pensa che qualcuna di queste strutture abbia ospitato anche delle università per altri studi. I mondi sia antichi sia moderni contengono vestigia di una varietà di espedienti: tumuli, cerchi di pietra, ruote di medicina, incisioni rupestri, e costruzioni, che servivano ad allineare stelle e pianeti. La Scandinavia e la Britannia abbondano di questi misteriosi cerchi di pietra, miniature dei meglio conosciuti megalitici, formati da stele collocate in formazione rotonda o ovale. I miei amici ed io eravamo soliti giocare in una simile "nave di pietra" su una collinetta di un'isola nel Baltico. Dopo settimane di scavo comprendemmo che le pietre, che erano all'incirca solo una sessantina di centimetri, erano sepolte così in profondità, che non riuscimmo mai a smuoverne qualcuna. Considerando che la zolla erbosa si era accumulata quasi sulla loro estremità, dovevano avere una considerevole antichità. (Altre navi di pietra sono probabilmente posteriori ai siti sepolcrali dei Vichinghi; l'usanza era di deporre il condottiero a bordo del suo vascello in fiamme, e mandarlo a bruciare sul mare, un'usanza sostituita dalla sepoltura con i beni personali, la nave e tutto il resto.) I cerchi di pietra più antichi erano collocati in questo modo perché potessero fornire dei marcatori d'osservazione per solstizi, equinozi, cani solari (quei misteriosi riflessi su entrambi i lati di un sole che sorge o tramonta), e forse osservazioni più sofisticate, come il sorgere elicoidale di certe stelle.

Nei miti, molte cose che sembrano assurde o inconsistenti sono spiegabili se cambiamo la nostra ottica; invece di considerare i loro autori come degli ignoranti, e l'universo dal punto di vista materiale, possiamo definire il cosmo come un'espressione di vita e di vite, come un organismo composito e vitale che contiene inimmaginabili campi di coscienza e infiniti livelli di sostanze. Oggi, un numero crescente di scienziati sta entrando nel regno della filosofia e ammette che la razza umana è parte intrinseca di un sistema universale di vita. Un recente testo d'astronomia contiene quanto segue:

L'astronomia insegna che noi siamo creature dell'universo, figli delle stelle, progenie delle nubi interstellari. Siamo i prodotti dell'evoluzione cosmica. Forse siamo il modo in cui l'universo prende coscienza di sé. Tu ed io e le altre creature viventi nel cosmo — quando guardiamo nello spazio vediamo la sorgente di noi stessi. E a questi spazi completamente aperti aggiungiamo speranza, paura, immaginazione e amore.[4]

I miti norreni riguardano il sole, la luna, i pianeti e le dimore che i "poteri benefici" hanno formato come loro abitazioni. Ad alcune di queste dimore, disposte su una serie di "ripiani" — gradi diversi di sostanze — sono dati nomi come Bredablick (Ampia Vista), Himmelsberg (Montagne del Cielo), Lidskjälf (il Ripiano della Compassione),[5] Sökvabäck (Fiume Profondo), e altri suggestivi appellativi. Ovviamente non è possibile descrivere in termini umani le sfere superne degli dèi ma possiamo presumere che le sfere stellari e planetarie che vediamo in cielo siano i corpi visibili delle loro divinità, cioè, delle energie coscienti, ciascuna con la sua individualità distinta. I miti che trattano di questi "dèi" e "dee" e delle loro sezioni e dei padiglioni che hanno costruito per sé, danno l'idea di una famiglia: un gruppo di parenti che hanno precisi caratteri e disposizioni. Agiscono e reagiscono reciprocamente, e in generale si comportano come potremmo aspettarci dai componenti di una famiglia.

Sebbene i mitografi riverissero queste "potenze benefiche" come i poderosi motori delle sfere, nelle tradizioni più antiche non vi è cenno al loro culto, nel senso moderno del termine; c'è un riconoscimento del loro "valore" come poteri universali che si sono sviluppati dai primitivi mondi "giganti" e che sono davanti a noi nel sentiero evolutivo, tracciando il percorso del destino umano per gli eoni futuri. Né le divinità sono confinate ai mondi solari e planetari che le rappresentano. Il loro scopo è più lungimirante, qualcosa che oggi noi conosciamo in campo fisico: le esplorazioni spaziali hanno dimostrato che un pianeta è circondato da un involucro di plasma magnetico così immenso, che il globo visibile è stato paragonato a una palla da baseball nella prua di un dirigibile. Il potente vento solare versa anche torrenti di plasma, che si mescolano alle magnetosfere planetarie, spianandole sulla luce diurna (di fronte al sole) e spingendole lontano nello spazio sul lato notturno.

Nonostante le differenze nell'esposizione, la scienza moderna e i miti antichi descrivono il sistema solare in modo molto simile: i miti lo descrivono come un essere gerarchico in cui flussi di energie vitali — i fiumi di vita dell'Edda — scaturiscono da dimora a dimora, vincolando le energie divine (le coscienze) in una ragnatela di vita e movimento; la scienza fisica lo descrive come un'immensa organizzazione in cui gli effetti gravitazionali producono maree e, in modo inspiegabile, influenzano i cicli di crescita sulla terra. Su scala molto più vasta, ammassi e super-ammassi galattici sono obbligati gravitazionalmente a interagire. I miti sembrano essere in accordo con la natura quando descrivono il sistema solare come un vasto composto in cui mondi visibili e invisibili corrispondono a ogni permutazione del gigante-dio — energia-materia — interazioni, interazioni parallele di influenze psicologiche e altre influenze intangibili, come quelle con cui abbiamo familiarità nella sfera umana.

In linea con questa visuale, la scienza astrofisica per qualche tempo ha discusso la relativa possibilità di un universo "chiuso" in contrapposizione a un universo "aperto." La risposta dipende da come la materia esiste nello spazio, invisibile e apparentemente non osservabile dai nostri attuali strumenti. Quale che sia l'esito di questa discussione, per il nostro scopo è sufficiente che a quella materia invisibile, impercettibile, intangibile, apparentemente non osservabile dagli strumenti fisici, sia accordata una rispettabilità scientifica. Questo si avvicina alla scienza mitologica che ha sempre sostenuto l'esistenza di sostanze non fisiche. Non che i miti abbiano bisogno di una conferma o di un rifiuto, perché il loro messaggio può essere valutato sui propri meriti.

Se l'enorme preponderanza della materia è invisibile, diventa semplicemente logico considerare i globi nel cielo come parte di sistemi di mondi più grandi che non vediamo ma che possono essere analoghi alle corrispondenti parti invisibili della nostra natura, e interagire con esse. Nella tradizione teosofica le sfere visibili del nostro sistema solare sono considerate i componenti più grossolani dei loro rispettivi esseri planetari. Sono i loro corpi; possiamo ipotizzare ma non vedere le loro anime. Per rendere ancora più chiara quest'idea, interagiscono reciprocamente come gli esseri umani interagiscono senza contatto fisico. Certamente noi condividiamo i nostri pensieri e sentimenti, a volte ispiriamo e siamo ispirati da un altro; così anche i componenti invisibili del sistema solare possono aiutare a sviluppare ed influenzare altri componenti invisibili e visibili. Questo avvalorerebbe l'idea che fiumi di vite, compresi tutti i tipi di caratteristiche (e sostanze combinate), si riversano attraverso l'immenso corpo solare lungo sentieri magnetici di attrazione, essendo ogni vita un'entità nella sua giusta o minuta porzione dell'insieme. Alcune di queste vite s'incorporano nelle forme minerali — quelle che possiedono il pesante carattere terrestre che per noi è difficile immaginare come "vita"; altre sono progredite nella fase vegetale con le sue grandi e possibili varietà; altre sono progredite nello stato animale e in diversità ancora maggiori; e noi rappresentiamo lo stadio umano. Tutta l'interconnessione del sistema è dimostrabile, in quanto noi abbiamo il nostro posto nella catena biologica del cibo, dove trasformiamo e trasmutiamo la materia del globo; più importante, elaboriamo le proprietà della coscienza di tipi ampiamente diversi. Tutti gli esseri che attraversano le fasi dell'esistenza fino al limite che abbiamo raggiunto, dimorano nelle loro appropriate sfere di vita all'interno dell'essere più grande che tutti aiutiamo a costituire. Quindi, non è così strano supporre che noi, uno dei fiumi di vite, abbiamo una casa per ogni aspetto della nostra natura in qualche regno dell'universo solare. Ciò sembra quello che i miti implicano nel loro modo criptico.

Le affascinanti descrizioni date nel Grimnismál delle dodici case degli dèi, ciascuna sul proprio "ripiano" (piano). sono estremamente indicative del modello dato nella Dottrina Segreta, e in seguito elaborate da G. de Purucker ne La Sorgente Primordiale dell'Occultismo. Lì s'intende chiaramente collegare ciascuna divinità e il suo corrispondente pianeta con una parte invisibile dell'essere interiore del nostro pianeta, mostrando un rapporto scambievole che vincola tutte le parti di ogni componente individuale del sistema solare. Corrispondenze intricate connettono ciascun personaggio dello scenario celeste ad ogni altro, e questo spiega, come nessun'altra cosa potrebbe fare, le complesse interrelazioni tra le divinità norrene; lo stesso si applica al pantheon dei greci e di altri popoli. Quando i miti garantiscono una continuità in cui i mondi esistono fuori dalla nostra percezione, sia "sopra" che "sotto" il campo familiare di frequenze che caratterizza la materia e che fa anche parte del nostro universo, quando i miti indicano che le nostre familiari proporzioni continuano all'infinito sopra e sotto la nostra "linea di visuale" e che lo spazio apparentemente vuoto è pieno di vite che non percepiamo, non abbiamo strumenti per provare o rifiutare quest'informazione finché saremo diventati capaci di apprendere e sperimentare i "ripiani" e le "case" di cui essi parlano. L'interpretazione è quindi una questione soprattutto individuale. Un mito che si riferisce a Freya non specifica sempre se si riferisce al pianeta Venere visibile oppure all'invisibile potere caratteristico che protegge la nostra umanità ed ha una particolare relazione con essa; o s'intende che potrebbe essere la parte del nostro pianeta ispirata da Venere. In ogni caso, non possiamo porre limiti alla versatilità della natura; i limiti sono in noi stessi.

Un'interessante possibilità che si presenta quando contempliamo l'universo astrofisico riguarda la straordinaria prevalenza nello spazio di stelle e galassie binarie, che oltrepassano di gran lunga quelle singole, e in molti casi sono accoppiate in modo tale che, mentre un componente sta costruendo la sua sfera fisica, l'altro sta eterizzando — sta irradiando la propria sostanza. In certi casi, il primo componente sta "cannibalizzando" il secondo. Se consideriamo il modello teosofico delle divinità solari e planetarie che s'incorporano, concretizzano in sé la sostanza e formano le loro abitazioni, mentre altri dèi dello stesso sistema stanno per morire, risulta che dove le sfere sono in via di sviluppo verso un incorporamento più sostanziale e altre dello stesso sistema lo stanno abbandonando, una simile coppia di globi gemelli, quando attraversa il "ripiano" della nostra percezione può molto probabilmente essere vista come un sistema binario.

A meno che proclamiamo di possedere una conoscenza completa — cosa che nessuna persona intelligente si permetterebbe di dire — dobbiamo ammettere che possono esserci condizioni di vita a noi sconosciute. I miti implicano, anche se non possono descriverlo, un universo riempito dalle coscienze evolventi che usano le forme della vita, la maggior parte delle quali sono sconosciute ai nostri sensi. Per i creatori di miti tutta la natura era un insieme vivente, in cui i sistemi minori e i sistemi maggiori vivevano e interagivano, essendo ciascuna unità principalmente una coscienza che attivava e animava un corpo adatto. Apparentemente, era dato per scontato che i mondi con altri tipi di materia s'interpenetravano e a volte interagivano con il nostro, anche se il più delle volte al di là della nostra consapevolezza. Il loro modo di descrivere i fenomeni familiari come l'elettromagnetismo ci dà una chiave del modo in cui i miti possono contenere un'informazione reale. Sarebbe interessante speculare su come noi spiegheremmo la nostra conoscenza ai superstiti di un'immane catastrofe e come potrebbero riconoscere la scienza dopo qualche spiegazione sommaria. Immaginate, ad esempio, di spiegare il modo in cui opera l'elettricità — qualcosa facilmente illustrabile da una tempesta elettrica — e come queste informazioni sarebbero magicamente trasformate dopo qualche generazione: inevitabilmente farebbero sorgere un nuovo Indra, Giove, o Thor, che scagliano fulmini attraverso il cielo, e ben presto i cieli sarebbero ancora una volta occupati da un nuovo Olimpo o da un nuovo Ásgárd di divinità potenti e capricciose.

Skald e Insegnanti

In quella remota alba quando l'umanità divenne per la prima volta cosciente di pensare, conoscere e selezionare, le tradizioni più antiche concordano che questo risveglio avvenne perché le intelligenze superiori, le anime più esperte delle umanità del passato, mescolarono la loro essenza con i primi umani. Questo loro atto di compassione ci diede l'imperitura visione della realtà che è il nostro legame con lo sfondo divino della vita.

I miti, se preservano per noi qualche significato, sono una guida a quella luce interiore, accesa quando il nostro tipo era ancora ignaro del bene e del male, quando la scelta ancora non esisteva — una luce che rimane inestinguibile nel più profondo della nostra coscienza. Ci raccontano dei mondi e degli umani che si sottomettevano all'esperienza della vita per completare la nostra perfettibilità, e del sacro proposito per il quale esistiamo. I loro racconti a volte sono oscuri, spesso emozionanti, qualche volta divertenti. Tengono viva la nostra attenzione anche quando non li comprendiamo, stimolando e attirando la nostra intuizione dormente, sollecitandoci a risvegliare la nostra intelligenza intuitiva e trovare il seme che nascondono.

I bardi che cantarono le saghe mitologiche erano i maestri del passato che suggerivano le maestose vie del pensiero senza imporre qualche dottrina specifica che potesse essere imbrigliata in una serie di fragili opinioni. La bellezza dei loro racconti sta nei voli di meraviglia che stimolavano la mente e nelle visuali sempre più ampie intraviste al di là di ogni ulteriore comprensione. Forse nessuna mitologia possiede così pienamente le chiavi degli arcani della natura come fanno queste reliquie dei nostri antenati norvegesi. Alcune delle versioni più pure della saggezza universale sicuramente sono quelle contenute nelle Edde perché, essendo meno conosciute dei miti greci e romani, sono state meno adulterate. I miti dell'area mediterranea sono stati così ingarbugliati e satireggiati dopo la chiusura delle scuole misteriche, che la mente del pubblico degli ultimi secoli ha visto nei loro dèi poco più che riflessi delle debolezze umane. I loro significati exoterici e inspiegabili sono stati, attraverso il Medioevo europeo, fraintesi e travisati. Di conseguenza, la gente ha cominciato a considerare tutti i miti come fantasie infantili di chi adorava qualsiasi cosa che non riusciva a capire. Se avessimo un maggiore intuito nei riguardi delle nobili verità che questi racconti originariamente erano destinati a trasmettere, potremmo arricchire il nostro clima spirituale. È come se l'eredità mitologica delle lontane terre nordiche avesse dato alla saggezza delle ere un rifugio più sicuro degli altri.

Nessuno sa per quanto tempo le storie norrene siano state trasmesse oralmente prima di essere trascritte. In verità, potrebbe essere un periodo davvero lungo da quando fiorì l'ultima civiltà che possedeva la conoscenza dello spirito dell'uomo, dell'origine e del destino dell'universo, e del corso dell'evoluzione. I creatori di miti erano indubbiamente i più saggi dell'umanità; i bardi norreni, come quelli dell'antica India e di altre terre, formularono la loro conoscenza in versi ritmici che potessero essere facilmente memorizzati e quindi conservare la loro autorità attraverso i millenni, anche se solo come un diversivo. Chi imparava e cantava i canti norreni era uno skald, un termine usato ancora oggi in Svezia con il significato di "poeta." Comunque, la connotazione che gli è data nelle Edde è quella di uno che possiede la saggezza, la conoscenza spirituale, ed è intimamente legata all'idea dell'idromele, la bevanda degli dèi. Lo skaldemjöd (idromele poetico) si riferisce ai Misteri, la saggezza cercata da Odino, il principale degli dèi creatori, nella sua missione attraverso le sfere della materia — il "mondo gigante."

La verità spirituale, la filosofia logica, e anche le realtà scientifiche, sono occultate nella mitologia. In realtà, le scoperte più recenti della scienza spesso provano che sono indispensabili per comprendere la scienza nei miti. Non potremmo mai sapere come i popoli sconosciuti di una remota antichità siano pervenuti a questa conoscenza se non riconosciamo che la verità è innata nell'intelligenza della vita, rappresentata sulla terra dalla razza umana. Le antiche leggende raccontano che gli dèi crearono gli umani dalla propria sostanza, "a loro immagine," come afferma la Bibbia, e che per lunghe ere gli insegnanti divini camminarono sulla terra con noi, allenando le intelligenze appena nate a comprendere e a lavorare secondo i metodi della natura. Nel corso del tempo, poiché la razza umana perseguì la conoscenza e acquisì l'esperienza del bene e del male attraverso l'esercizio del libero arbitrio, l'innocenza di quei giorni fu perduta. Nel processo precipitoso verso interessi più materiali, l'umanità si allontanò dai suoi precettori divini. Da allora in poi, la nostra razza deve imparare la sua liberazione: la nostra coscienza umana deve imparare a distinguere la verità dall'errore e affrancarsi deliberatamente dai richiami della materia, per assumere il suo legittimo posto tra gli dèi.

È da quel periodo primordiale, quando gli dèi e gli umani si mescolavano, che ebbero origine molti dei racconti mitici. Non dobbiamo sorprenderci se spesso ci risultano oscuri, perché indubbiamente hanno attraversato molte fasi della memoria umana, che è fallace; e la nostra comprensione, come il nostro scetticismo, deriva dalla nostra attitudine interiore. Con la nostra attuale conoscenza e l'apertura mentale che sta gradualmente prevalendo sul pensiero dogmatico del passato, una volta che riconosciamo in qualsiasi mito il riflesso di una verità che è stata scoperta indipendentemente dalla scienza, o le nuove filosofie scientifiche e le dottrine religiose non settarie, diventa più facile vedere la stessa verità naturale in altri sistemi.

Edda significa "la grande nonna" e, per estensione di significato, "matrice," che indica "la madre del mondo." Apparentemente la parola deriva da veda, le scritture hindu o la sacra vidyā (conoscenza, da vid, conoscere, percepire) da cui derivano il wissen Germanico, il veta Svedese, e l'antico Inglese wit — tutte parole che significano "conoscere." Gli skald avevano una posizione onorata perché possedevano la conoscenza e, anche ai tempi dei Vichinghi, il drott (druido) era ancora riverito perché deteneva la saggezza divina. (In seguito questo termine fu usato per designare un capo coraggioso e nobile, un re guerriero, più adatto alla razza bellicosa che allora erano diventati i Vichinghi.) Questa saggezza, o Edda, era divulgata dagli skald che viaggiavano da una comunità all'altra dei contadini che abitavano lungo le numerose baie e insenature delle terre scandinave. Una tale baia è chiamata vik e chi abitava sulle sue rive era conosciuto come un viking.

Dovremmo giustamente ricordare che i Vichinghi, che popolarmente si ritiene abbiano terrorizzato l'Europa, e che alcuni di loro abbiano evidentemente scoperto l'America molto tempo prima che Colombo facesse il suo famoso viaggio, sebbene fossero un popolo rozzo e semplice, avevano spiccate nozioni di onore e moralità. Si pensa che molti di loro siano vissuti con un codice di disciplina che pochi oggi avrebbero cura di seguire. Tra i pirati predoni in alto mare, i mercanti erano esposti a rischiose minacce per via delle loro merci, e ne affidarono la protezione ai Vichinghi. Questi Norvegesi, con la loro fama di forza e valore, fornirono scorte armate e diventarono gli agenti di sicurezza del continente: (Le guardie del corpo di tutti gli imperatori di Bisanzio dal nono al dodicesimo secolo erano Vichinghi.) Nessun dubbio che fra di loro c'era chi poteva cedere alla tentazione di gestire il proprio "racket di protezione," ma si sarebbero trovati contro tutti i Norvegesi, che nel complesso ebbero per secoli un'influenza civilizzatrice. Istituirono legge e ordine — il famoso Danelagh — dovunque si stanziassero; e un migliaio di anni fa l'Islanda era la patria originaria delle regole democratiche parlamentari, e aveva il primo sistema giuridico conosciuto di processi con una giuria di pari. Ma questo è incidentale.

Con il passare del tempo, sorge il dubbio se la saggezza nascosta nei canti e nelle saghe fosse completamente compresa anche dagli stessi skald; potrebbero anche aver sovrapposto al contenuto qualche abbellimento adatto al loro pubblico, o aver omesso dal proprio repertorio i racconti meno popolari. Si può anche giustificare l'errore umano nella trasmissione orale, perché non abbiamo alcun modo di sapere come, ancora più indietro nel nebbioso passato, queste vestigia della saggezza siano state formulate per la prima volta. Sappiamo che Saemund il Saggio (1057 — 1133), dopo aver studiato in Francia, aprì una scuola a Oddi, in Finlandia, dove si crede che abbia trascritto l'Edda Maggiore o Edda Poetica. L'Edda Minore è attribuita a Snorri Sturlusson (1178 — 1241), che frequentò la scuola a Oddi come allievo del nipote di Saemund, periodo in cui dev'essere venuto a conoscenza dei Discorsi. Egli ne rimaneggiò in prosa la maggior parte, inclusi parecchi che non esistono più in forma poetica. Molti studiosi trovano i suoi rimaneggiamenti più facili da comprendere rispetto ai poemi alquanto oscuri dell'Edda Maggiore.

Nella loro introduzione al Corpus Poeticum Boreale, The Poetry of the Old Northern Tongue (1883), G. Vigfusson e F. York Powell evidenziano che buona parte del materiale menzionato nei commentari in prosa sui primi miti poetici non si trova nei versi sopravvissuti o è abbozzata e incompleta. Così arrivano alla conclusione che le versioni in prosa, sia di Snorri Sturlusson o di qualche commentatore, devono essere state prese esplicitamente dagli originali che non esistono più. In verità, i due studiosi si riferiscono a delle parti della Völuspá citate in una versione in prosa come "un confuso guazzabuglio alla rinfusa di versi spezzati e distorti, come se le righe del poema fossero state agitate insieme in una bottiglia" (p. xcviii); e propongono quella che forse è una valida ipotesi, cioè che dopo la prima formulazione della saggezza nel mito, elaborata da qualche grande veggente o veggenti, "l'Era della Produzione si è chiusa, e comincia l'Età dei Commentatori, Copisti, Annotatori, e dobbiamo accontentarci se possiamo avere il libro così com'è, prima che venisse l'Età della Negligenza e della Decadenza, e l'opera fosse in parte distrutta." (p. xcvii)

Verso il 1890, lo studioso svedese Fredrik Sander pubblicò il suo Rigveda-Edda, in cui fa risalire la tradizione germanica agli antichi Ariani. I suoi studi lo convinsero che la mitologia norrena provenisse dall'India e preservasse i miti hindu più fedelmente di quanto avessero fatto i classici greci e romani, che sono molto travisati. Max Müller riteneva che la tradizione dell'Edda fosse più antica dei Veda; altri, incluso Sven Grundtvig, pensano che le Edde abbiano avuto origine nella remota Età del Ferro; altri ancora postulano una primitiva origine cristiana. Quale che possa essere la loro datazione, in molte parti del mondo il contenuto dei miti concorda con le tradizioni più antiche, per cui possiamo concludere che derivino tutte da una singola sorgente, una formulazione preistorica di scienza, filosofia e misticismo, una volta comuni a tutta l'umanità o, alternativamente, che ciascuna nacque indipendentemente e casualmente — un'idea troppo pretestuosa per essere accolta in maniera seria. In ogni caso, l'evidenza indica che un singolo corpo tradizionale ha ispirato le tradizioni, le cui vestigia devono essere trovate dappertutto sulla superficie del nostro globo.

Questo studio è limitato quasi del tutto a una parte dell'Edda di Saemundar per due motivi: primo, a causa della stragrande maggioranza dell'argomento trattato nei relativamente pochi discorsi inclusi qui, insieme alla convinzione che, per quanto ridotti e incompleti essi possano essere, ciò che è stato selezionato perlomeno non è adulterato. Anche se questi versi contengono probabilmente una verità parziale rispetto a quella conosciuta un tempo, possiamo essere ragionevolmente sicuri che questi versi non sono stati elaborati con eventuali piccole aggiunte spurie fatte da autori posteriori. L'altro motivo della nostra selezione è il riconoscimento, in questo materiale, delle verità che si trovano correntemente e analizzate più esaurientemente nella moderna letteratura teosofica. Molte di queste verità, inoltre, dopo essere state trascurate per secoli nelle religioni popolari, ora vengono riscoperte quasi ogni giorno dalla nuova ricerca scientifica, che concorda sorprendentemente, in vari modi diversi, con gli insegnamenti teosofici.

La nostra è un'era molto più liberale di qualsiasi altra nella storia. Quando il Cristianesimo si diffuse in Europa, i fanatici della nuova religione distrussero sistematicamente i templi e i santuari degli antichi dèi e massacrarono chi persisteva nei riti pagani. I pagani delle terre nordiche, abituati a un'ospitalità illimitata e ad un'assoluta tolleranza in materia religiosa si trovarono largamente disponibili a questo sfruttamento, e furono convertiti o distrutti prima di adottare delle misure per prevenire quest'annessione inaspettata e prepotente. Caddero sotto il controllo dei papi di Roma che stabilirono l'uso della lingua Latina e dei vangeli ortodossi al posto delle lingue e delle scritture native. La religione norrena divenne ben presto una forma ibrida del Cristianesimo, compreso solo in parte e innestato su una radice pagana che già allora era degenerata. Solo la lontana Finlandia, il cui popolo e la cui casta sacerdotale erano relativamente inaccessibili e impossibili da essere controllati dalla Chiesa, sfuggì alla metodica distruzione dei suoi santuari e tradizioni. Anche i preti cristiani che stavano lì ignoravano le nuove regole — del celibato, ad esempio — e continuavano alla stregua dei loro antenati, usando la lingua dei loro padri e trasmettendo ai propri figli le antiche tradizioni. Fu lì che Saemund il Saggio visse e trascrisse l'Edda Maggiore poetica, conservandone il fraseggio, il cui metro ritmico evoca intuizione nell'ascoltatore. In seguito Snorri elaborò versi coincisi e collegò i racconti che avevano a che fare più in particolare con le razze umane e il loro sviluppo. I miti hanno dato vita a numerose leggende popolari e fiabe che sono state adattate a vari mezzi di comunicazione, dai ritmi dalle filastrocche per bambini alla grande opera, con diversi mezzi di diffusione come 'Mamma Oca' e Wagner, e includono le raccolte fatte dagli studiosi del folklore come i Fratelli Grimm nel diciannovesimo secolo.

Delle numerose proclamazioni della saggezza universale nei canti spirituali, storie, insegnamenti, e vangeli, ogni nuova luce che è accesa continua ad ardere a lungo solo se la verità rimane di primaria importanza per i suoi aderenti. Prima o poi l'attrito sfocia nelle istituzioni umane, fondate per preservare il messaggio, prevalendo su di esso e oscurandolo; da quel momento l'attenzione è focalizzata sulla maschera — metodo e rituale — mentre la realtà è ignorata. Travisamenti, cattive interpretazioni e superstizioni prevalgono rapidamente, perché l'ispirazione è perduta e la conoscenza sacra dimenticata ancora una volta. Le divinità mitologiche, che erano state le maestose leggi della natura universale, furono personificate come dèi ed eroi, le cui gesta appaiono impensabili perché mancano della saggezza una volta contenuta in quelli che oggi sono rituali vuoti — tutto quello che rimane di un'unione compassionevole degli umani con i poteri divini che governano l'universo.

Tuttavia i miti sopravvivono. Questo è l'eterno mistero: l'indistruttibile cuore della verità, camuffato in centinaia di modi, che ha ispirato l'umanità attraverso tutte le ere. In ogni terra sono vissuti quei pochi che, avventurandosi coraggiosamente nelle sfere dove lo spirito dimora inviolato, hanno riportato con loro un sorso di quell'imperitura sorgente della verità. Questi discendenti dei primi creatori di miti sono gli skald, i poeti e i veggenti che hanno conservato intatte le linee di comunicazione tra l'umanità e gli dèi. Essi divulgano la saggezza eterna attraverso le ere mentre noi altri continuiamo a dilettarci negli "incantesimi di dio" che risvegliano nelle nostre profondità il vago ricordo di una fede sacra. Le voci dei bardi non possono mai morire, perché essi cantano il modello dell'eternità. Il loro appello si rivolge alla nostra parte immortale, anche quando il sé mortale può farsi beffe, come Loki che, non invitato e impreparato, entra nella sala del banchetto degli dèi.[6]


Capitolo 2

L'Albero della Vita — Yggdrasil

Ogni mitologia raffigura un Albero della Vita. Nel racconto biblico, le divinità (elohim) "gelose" — usualmente tradotte come "il Signore Iddio" — perché l'uomo aveva mangiato il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, ebbero paura: "Badiamo ora che non stenda la mano e prenda anche dell'albero della vita, ne mangi e viva in eterno." Esse quindi posero una spada fiammeggiante che roteando custodiva l'albero della vita."[7] Nei miti Bantu, un imponente Albero della Vita insegue la dea della fertilità e con lei genera tutti i regni della natura;[8] In India, l'albero Aśvattha[9] è radicato nel cielo più alto e discende attraverso gli spazi portando sui suoi rami tutti i mondi esistenti. Il concetto di un albero che si dirama nei mondi è universale. Cosa abbastanza interessante, noi continuiamo la tradizione di adornare un albero con sfere multicolorate che rappresentano le molte varietà dei mondi che pendono dai rami dell'albero del mondo, anche se il significato si è perduto da molto tempo.

Nell'Edda, l'Albero della Vita è chiamato Yggdrasil, apparentemente per varie ragioni. Questo è un altro ingegnoso gioco di parole che i bardi norvegesi usavano per trasmettere il loro messaggio. Ygg è stato variamente tradotto in congiunzione con altre parole come "eterno," "imponente," o "terribile," e anche "vecchio" o, meglio, senza tempo." Odino[10] è chiamato Yggjung — "vecchio-giovane," equivalente al biblico "Antico dei Giorni" — un concetto che la mente può afferrare soltanto con il risveglio dell'intuizione. Yggdrasil è il destriero di Odino o, con la stessa logica, il suo patibolo, implicando un sacrificio divino, una crocifissione del guardiano silenzioso il cui corpo è il mondo. In questo modo di pensare, qualsiasi Albero della Vita, grande o piccolo, costituisce una croce sulla quale la sua divinità regnante rimane trafitta per la durata della sua presenza materiale. Mentre Yggdrasil può riferirsi a un universo completo con i suoi mondi, ogni essere umano è un Yggdrasil nella sua misura, una miniatura del frassino cosmico. Ognuno è radicato nel terreno divino dell'Essere Totale e porta il suo Odino — lo spirito onnipresente che è la radice e la ragione di tutte le cose viventi.

Qualsiasi Albero della Vita — umano o cosmico — trae nutrimento dalle tre radici che si diramano in tre regioni: una sorge in Ásgárd, la dimora degli Aesir, dov'è irrigata dalla fonte di Urd, comunemente tradotta come il passato. Comunque, il vero significato del nome è Origine, causa primaria, essendo la connotazione quella di cause antecedenti da cui scaturiscono tutti gli effetti conseguenziali. Urd è una delle tre "vergini che conoscono molto," le Norne o il Fato, il cui sguardo profetico scandisce il passato, il presente e il futuro, tessendo i fili del destino dei mondi e degli uomini. Una era chiamata Origine, la seconda Divenire; queste due forgiarono la terza, chiamata Debito. I lotti della fortuna, vita e morte, il fato degli eroi, tutto viene da esse."[11] Urd, il passato, personifica tutto quello che è stato prima e che è la causa sia del presente che del futuro. Verdande è il presente ma non è una condizione statica; al contrario, significa Divenire — il punto matematico dinamico, sempre mutevole, tra passato e futuro; un punto d'importanza vitale perché è l'attimo eterno della scelta dell'uomo, quando è fatta una scelta volontaria e cosciente, guidata dal desiderio, sia per il progresso sia per il regresso sul sentiero evolutivo. Ed è significativo che queste due Norne creano la terza, Skuld, che significa Debito: qualcosa di dovuto, fuori dall'equilibrio, da riportare in equilibrio in futuro — l'inevitabile risultato di tutto il passato e del presente.

Mentre le Norne sono l'equivalente nordico delle fatidiche Moire greche che tessono i fili del destino, riconosciamo in esse quelli che nelle Stanze di Dzyan[12] sono chiamati i Lipika — un termine sanscrito che significa "scribi" o "archivisti." Come le Norne, essi sono i processi impersonali e implacabili che registrano ogni evento e pongono le basi per l'azione equilibrante del karma, la "legge" naturale "delle conseguenze" o causa ed effetto, che opera infallibilmente in tutti i campi d'azione determinando le condizioni che ogni entità affronta come risultato delle sue scelte passate. Nei regni che non hanno autocoscienza questo è un riaggiustamento puramente automatico; nel regno umano, ogni movente, nobile o vile, apporta determinate opportunità e ostacoli che modificano il futuro. Inoltre, poiché la consapevolezza umana è capace di scelte autodeterminate, è ugualmente sempre più cosciente della sua responsabilità per gli eventi futuri. Ogni essere è il risultato di tutto quello che ha fatto in passato, e ciascuno diventerà quello che sta seminando dei suoi attuali pensieri e delle sue azioni. Il registratore del sempre mutevole complesso di forze rimane nella sua più intima identità il sé superiore nell'uomo, la sua Norna individuale, che l'Edda chiama hamingja. Nella tradizione cristiana è il nostro angelo custode.

La seconda radice di Yggdrasil scaturisce dalla fonte di Mimer, la fonte della materia assoluta, che appartiene al "saggio gigante Mimer," sorgente di tutta l'esperienza. È detto che Odino beve ogni giorno dalle acque di questa fonte, ma per farlo egli ha dovuto perdere uno dei suoi occhi, che è nascosto in fondo alla fonte. In molti racconti popolari in cui è rappresentato come un vecchio con un mantello di pelliccia blu, Odino ha un cappello floscio per nascondere il fatto che gli manca un occhio. Comunque, questo non significa che egli ha solo un occhio. Per cominciare, possiamo essere così sicuri che egli avesse solo due occhi? Le sacre scritture di molti popoli parlano di un passato remoto quando l'umanità possedeva un "terzo occhio" — l'organo dell'intuizione — che, secondo la teosofia, milioni di anni fa si ritirò nel cranio dove rimane in forma rudimentale come ghiandola pineale, aspettando il tempo in cui ancora una volta sarà più funzionante di quanto lo sia oggi. Una tale interpretazione c'informa non solo del significato del racconto ma di un linguaggio figurativo usato in questi miti. Poiché l'immersione nel mondo della materia fornisce l'esperienza che porta la saggezza, la coscienza (Odino) sacrifica parte della sua vista per ottenere quotidianamente un sorso d'acqua dalla fonte di Mimer, mentre Mimer (la materia) ottiene una parte della vista divina. Mimer è il progenitore di tutti i giganti, la radice eterna di Ymer-Örgälmer, il gigante di brina dal quale sono formati i mondi.

Tanto tempo fa, si racconta, Mimer fu ucciso da Njörd (il tempo) e il suo corpo fu gettato in una palude (le "acque" dello spazio). Odino recuperò la sua testa e "conferiva con essa quotidianamente"). Questo suggerisce che il dio, la coscienza, usa la "testa," cioè la parte superiore della sua associazione alla materia, il veicolo o corpo, per raggiungere una misura della coscienza unendosi al lato divino energizzante della natura. La dualità appare sempre universale: nessun mondo è così basso, nessuna coscienza così elevata, da andare oltre questo perpetuo interscambio, perché l'impulso divino si organizza tutti i giorni e dimora nei mondi dell'azione, "risvegliando le rune della saggezza" con l'esperienza. Coscienza e materia sono quindi reciprocamente relative a tutti i livelli, in modo che quella che è coscienza su uno strato di vita cosmica è materia nello stadio sopra di essa. I due lati dell'esistenza sono inseparabili, entrambi comprendono ogni livello di vita poiché i giganti crescono negli dèi e gli dèi sono i graduati dei mondi del primo gigante, che evolvono verso una divinità ancora più grande.

L'albero di Mimer è Mimameid, l'Albero della Conoscenza, che non dev'essere confuso con l'Albero della Vita, sebbene i due siano, per certi versi, interscambiabili, poiché la conoscenza e la saggezza sono i frutti della vita e del vivere; al contrario, l'applicazione della saggezza nel vivere porta l'immortalità anche nelle gamme più elevate dell'Albero della Vita.

La terza radice di Yggdrasil si estende in Niflheim (la casa delle nubi) dove nascono le nubi — nebulose. Questo, come gli altri due regni, non si riferisce a un luogo ma a una condizione. Il nome è altamente affascinante perché le nebulose sono stadi nello sviluppo dei corpi cosmici. La radice è irrigata da Hvergälmer, la sorgente di tutti i "fiumi di vite." — classi di esseri,[13] quelli che chiamiamo i regni della natura che nella loro grande varietà di forme costituiscono ogni globo. Niflheim, dove sta la sorgente di tutti questi tipi di vita, contiene il calderone ribollente della materia — sostanza primordiale indifferenziata dalla quale derivarono le materie di tutte le gamme di sostanzialità e materialità. È la mūlaprakṛti (la natura-radice) della cosmogonia hindu, il cui complemento divino è parabrahman (oltre-brahman).

L'intricato sistema di vita di Yggdrasil contiene sia fatti di storia naturale che informazioni cosmologiche che possono essere spulciate nei testi. Ad esempio, la prima radice, scaturendo da Ásgárd, il reame degli Aesir, irrigata dalla fonte del passato, rappresenta il "fato degli eroi" — causa ed effetto per tutte le gerarchie dell'esistenza, e gli dèi non sono esenti da questa legge inesorabile più di qualsiasi forma di vita. Tuttavia, ogni momento cambia il corso del destino perché ogni essere agisce liberamente nei limiti della propria condizione che si è creata da sé.

La seconda radice, irrigata dalla fonte di Mimer, trae nutrimento dall'esperienza nella materia, acquisita dall'occhio divino dello spirito, poiché Odino conferisce quotidianamente con la testa di Mimer.

La terza radice è irrigata dai numerosi fiumi di vite: tutte le diverse espressioni necessarie ad acquisire ogni tipo di coscienza.

Durante la prima metà della sua vita, Yggdrasil, il possente Frassino, è chiamato Mjötvidr (misura che cresce) quando nel suo processo di crescita le energie dell'albero scaturiscono dalle sue radici spirituali nei mondi in divenire. Le sue sostanze fluiscono a tutti i livelli, arricchite dalle fonti nutritive che alimentano le sue tre radici di spirito, materia e forma. Dopo aver raggiunto la piena maturità l'albero diventa Mjötudr (misura che si esaurisce); i suoi succhi allora rifluiscono nel sistema radicale, le forze della vita abbandonano i regni della natura, quando l'autunno della sua vita matura i frutti e i semi per le future vite successive. Prevale un lungo letargo durante il successivo gigante di brina — o ciclo di riposo.

Questa metafora dell'albero, usata in tanti miti e scritture per rappresentare il cosmo, è notevolmente precisa. Sappiamo come sulla terra, a ogni primavera, un flusso di forze infonde il suo potere di crescita in ciascun ramo o foglia, donando bellezza e perfezione alle fioriture; e come, quando l'anno volge al termine, la linfa ritorna nel sistema radicale, lo nutre e gli fornisce un fondamento più solido per la crescita dell'anno prossimo. Vediamo un'analogia a ciò anche in ogni vita umana: la carne di un bambino è soffice e delicata ma aumenta nella massa e nel peso fino a metà della vita; poi il processo s'inverte, culminando nella trasparente fragilità della vecchiaia. Così, nell'incorporamento dei mondi, i poteri divini impregnano di carattere, struttura e forma, la materia latente e informe, accrescendo la sostanza e la consistenza. Gli strati del cosmo si espandono dall'interno, diramandosi attraverso tutti i gradi della materia fino a raggiungere il limite di quella fase d'evoluzione, dopo di che le forze di vita si ritirano nei regni spirituali quando la radice divina accoglie in sé l'essenza, l'aroma dell'esperienza. Così avviene che la coscienza s'incorpora attraverso mondi a più livelli, meritandosi l'idromele divino dell'esperienza.

Yggdrasil nutre tutti gli esseri con una rugiada di miele che dona la vita. I mondi che pendono dai suoi rami su tutti i suoi piani di esistenza ricevono dalle radici divine quello che è necessario alla crescita: la predisposizione dalla fonte di Urd, l'esistenza materiale dalla fonte di Mimer, e i mezzi appropriati per esprimersi dai fiumi di vita di Hvergälmer. Alla morte, quando lo spirito si ritira come fa la linfa nutriente nelle radici, i semi degli incorporamenti futuri rimangono come una memoria imperitura mentre il guscio vuoto della materia è riciclato per un uso futuro, proprio come le foglie che cadono da un albero durante l'inverno diventano pacciame per arricchire il terreno.

Yggdrasil non è immortale. Il suo periodo di vita è coevo alla gerarchia rappresentata dall'albero. Le forze distruttive sono sempre al lavoro e portano al suo declino finale e alla morte: le sue foglie sono mangiate da quattro cervi, la sua corteccia mordicchiata da due capre, le sue radici sono indebolite dal serpente Niddhögg (che le rosicchia da sotto). Quando ha consumato il suo periodo di tempo, il possente Frassino è abbattuto. Così è insegnata la natura temporale dell'esistenza e l'impermanenza della materia.

Durante tutta la vita dell'Albero del Frassino uno scoiattolo fabbrica la sua casa nell'albero e corre su e giù per il tronco mantenendo le comunicazioni tra l'aquila, o il gallo sacro, alto sulla sua cima, e il serpente alla sua base. Il piccolo roditore rappresenta la vita o la coscienza, che attraversa le altezze e le profondità dell'esistenza. È raffigurato anche come un trapano che può perforare la materia più densa. Nell' Hávamál, che racconta come Odino, cercando l'idromele bardico nascosto nelle profondità di una montagna, chiese aiuto allo scoiattolo (o trapano) per forare la roccia e, sotto forma di un serpente, entrò attraverso il foro. Una volta lì, persuase la figlia del gigante Suttung che aveva l'idromele nascosto nel suo regno sotterraneo, a fargliene bere un sorso, e così ottenne la saggezza. Questo è un tema sempre ricorrente: la ricerca divina dell'idromele nella materia, acquisendolo e imparando da esso prima di ritornare nei mondi superni.


Capitolo 3

Dèi e Giganti

Se studiamo le mitologie alla luce delle dottrine teosofiche riconosciamo che i loro dèi sono forze naturali personificate che non sono statiche o perfette ma rappresentano intelligenze evolventi di molti gradi. Molte sono così avanti rispetto alla nostra condizione, che sorpassano le nostre più vivide immaginazioni, poiché in passato si sono sottoposte alla fase dell'autocoscienza più rudimentale in cui ora ci troviamo noi e hanno ottenuto una grandezza spirituale che tuttavia noi dobbiamo ancora raggiungere. Altre possono anche essere meno evolute del regno umano, e si troverebbero nel percorso "più basso" verso la materia, non avendo ancora raggiunto il nostro stadio di sviluppo materiale.

Gli dèi e i giganti dell'Edda sono i due lati dell'esistenza, la dualità da cui sono formati i mondi. S'incorporano nelle stelle, nei pianeti, negli umani — in ogni forma di vita. Ciò include le organizzazioni apparentemente senza vita della materia — rocce, nubi temporalesche, onde oceaniche — che non pensiamo mai che siano viventi ma, essendo organizzazioni di atomi, possiedono il dinamismo degli atomi che le compongono, come pure la loro unica struttura caratteristica e il movimento. Le energie che forniscono questo dinamismo nell'universo sono le coscienze individuali in evoluzione, che i miti chiamano dèi.

I giganti, la loro controparte, sono l'inerzia: freddi, immobili, informi. Essi diventano materia solo quando sono vitalizzati e messi in moto dagli dèi, e cessano di esistere quando gli dèi si allontanano. I periodi di tempo in cui le organizzazioni, gli organismi, sono dotati di vita, sono i giganti nominati nell'Edda; sono, per così dire, i periodi di vita degli dèi come pure i loro corpi.

In numerose storie troviamo uno o più dèi che viaggiano nel mondo gigante, visitando alcuni giganti "per vedere come sono arredate le loro sale." Vi è spesso un confronto tra un dio e un gigante che si affrontano nel classico indovinello in cui i protagonisti, a turno, pongono degli enigmi che l'altro deve risolvere. Il perdente deve pagare con la sua vita. Il significato di questa contesa è chiaramente uno scambio d'informazioni a beneficio di chi ascolta o legge e simbolizza in modo magistrale il modo in cui un'energia divina informa il lato sostanziale della sua natura in cui s'incorpora; in cambio riceve l'esperienza dell'esistenza e una comprensione più ampia. La susseguente "morte" del gigante (che perde sempre questo scontro) rappresenta un cambiamento di stato, una crescita, quando la natura materiale rudimentale muore dalla sua precedente condizione entrando in una fase più avanzata dell'evoluzione.

L'esistenza è apparentemente senza fine; le entità sono progredite o immature solo in relazione ad altre entità, mai in un senso assoluto nel tempo e nel tipo. Come gli aion (eoni) degli Gnostici, i giganti norreni sono incorporati nelle loro forme appropriate con le quali interagiscono. Spesso un gigante è chiamato il "genitore" di un individuo, mostrando le caratteristiche della sua era, così come si potrebbe dire che una persona è "un figlio del Rinascimento" o "un prodotto del suo tempo." Possiamo definire un ciclo più breve all'interno di un ciclo maggiore come una figlia del gigante, e parecchie figlie rappresentano una serie di cicli all'interno di quelli più grandi.

Quando gli dèi formano i mondi e s'incorporano in essi si dice che preparino le tavole per la loro festa, perché è a quelle "tavole" stellari, planetarie e diversamente materiali, che le intelligenze divine condividono "l'idromele" dell'esperienza da cui sono nutriti.

In contrapposizione ai giganti, che agiscono come veicoli o vettori delle energie divine durante i periodi di vita degli dèi, ci sono gli eoni di non-vita, durante i quali gli dèi sono lontani dall'esistenza, ritirandosi nelle loro sfere naturali, lasciando la materia in uno stato di entropia. Queste età sono i giganti di brina, che rappresentano i periodi d'inerzia quando non è presente alcuna energia. Durante quest'assoluta mancanza di movimento non c'è vita o esistenza nello spazio lasciato libero; nessun atomo si muove, nessuna forma è organizzata perché nessuna energia divina è presente a dare vita a un essere qualsiasi. Nelle filosofie orientali quest'immobilità totale è chiamata pralaya (dissoluzione), quando le coscienze sono nei loro appropriati nirvana e la materia si è completamente dissolta. L'unica possibile descrizione di una tale condizione sarebbe ciò che la scienza definisce come zero assoluto (0° K, zero gradi Kelvin): la quiete totale, l'immobilità assoluta, l'assenza di qualsiasi tipo d'intelligenza. Per noi, naturalmente, è uno stato puramente ipotetico, impensabile per gli esseri viventi, ma la scienza moderna si avvicina strettamente all'idea del gigante di brina quando riconosce che la materia è il prodotto delle energie in movimento — perché senza movimento non sarebbe materia.

L'Örgälmer (il suono primordiale) dell'Edda,[14] come Brahmā, "colui che sviluppa" nella cosmogonia hindu, è il primo avanzare del movimento vibratorio che dà inizio alla formazione di un cosmo; l'ultimo gigante Bärgälmer (il suono della realizzazione), che "è macinato nel mulino" ed è "salvato" per essere riutilizzato, è parallelo a Śiva, il distruttore/rigeneratore. Sarebbe difficile escogitare una descrizione del big bang e dei buchi neri della scienza astrofisica più efficace di questi nomi mitologici. Essi suggeriscono le sistole e le diastole di qualche grande cuore cosmico, le prime che riversano nella manifestazione le energie che organizzano un cosmo fuori dal caos, e le seconde che riassorbono le essenze di vita nel cuore sconosciuto dell'Essere, lasciando dissolvere le sfere corporee, macinate nei mulini degli dèi nell'omogeneità congelata del gigante di brina.

In qualsiasi tipo d'esistenza, che sia la vita di una galassia, un essere umano o un atomo, vi è un interscambio costante tra energia e inerzia, coscienza e sostanza, spirito e materia, dèi e giganti. Le coppie degli opposti sono unite per sempre, reciprocamente indispensabili. Non potrebbe esserci alcun gigante senza il suo dio corrispondente che porta l'energia necessaria a organizzare la struttura degli atomi; d'altro canto, gli dèi hanno bisogno di veicoli per acquisire l'esperienza tramite la quale la coscienza è alimentata. Senza mondi materiali di qualche sorta, la coscienza non ha alcun modo di crescere o di esprimersi. Per cui, gli dèi e i giganti sono per sempre dipendenti e interconnessi reciprocamente. Così l'idromele degli dèi è fermentato nella 'birreria' (spazio) di Āger e servito alle tavole dei sistemi solari e planetari. Questa è la versione norrena dell'idea hindu che l'universo esiste per l'esperienza e l'emancipazione dell'anima.

Nel corso delle ere, gli dèi dei miti furono considerati come personaggi umanoidi; le divinità greche sono state danneggiate moltissimo per quest'umiliazione, ma anche quelle delle Edde sono state degradate con un ridicolo a buon mercato nelle storie popolari e nei commentari. I loro campi di forza dinamica che si sovrappongono e gli effetti gravitazionali che causano, nelle storie popolari erano raffigurati come rapporti coniugali, extraconiugali e incestuosi, che sono stati giudicati come cattivi comportamenti di divinità molto improbabili da generazioni sia di laici che di studiosi. La stessa Edda dà in modo divertente un esempio di quest'attitudine nella "Disputa di Loki."

Odino

Il primo tra gli Aesir è naturalmente Odino. Come Padre di Tutto egli è la radice divina di ogni essere in tutti i mondi, l'essenza della divinità presente in ogni forma di vita, nella minima particella come pure nel cosmo stesso. Quando visita i mondi dei giganti, Odino cavalca un destriero con otto zampe chiamato Sleinpir (aliante), generato da Loki, e usa numerosi nomi e appellativi che in ciascun caso indicano la sua specifica missione. Egli possiede un anello magico che ogni nove notti dispensa altri otto anelli simili. Ciò si riferisce evidentemente ai cicli proliferanti in cui ogni spirale, compreso un numero di spirali più piccole, rappresenta il movimento ricorrente nel tempo e nello spazio: le ruote nelle ruote della simbologica biblica. Questo motivo della spirale lo possiamo trovare tra le piante e gli animali attraverso tutta la natura, dai mondi atomici ai vasti movimenti radicali delle stelle e delle galassie nello spazio.

Il primo e più comprensibile Discorso dell'Edda Maggiore, la Völuspá, è indirizzato a Odino, il pellegrino divino che attraversa i mondi cercando le profondità della materia per fare esperienza, le rune della verità, perché Odino è sia individuale che universale. A livello planetario egli è lo spirito dirigente del pianeta Mercurio; ed è contemporaneamente il dio interiore di ogni essere sulla terra e il messaggero divino, Hermod, che è anche suo figlio e corrisponde all'Hermes dei greci.

La consorte di Odino è Frigga, la saggia madre degli dèi, un modello di benevolenza e custode della saggezza segreta. Nei miti norreni corrisponde all'egiziana Iside e, anche in altri sistemi, alla madre universale immacolata dalla quale emergono o discendono tutte le cause energizzanti della vita (gli dèi). Frigga è definita come colei che "conosce ogni fato dell'essere, anche se lei stessa non dice nulla" (Lokasenna). Il suo potere equivale a quello di Odino e, sebbene la sua influenza sia onnipervadente, non è mai una forza invadente. Osserviamo anche che Frigga, secondo la tradizione, non occupa un palazzo (vedi Grimnismál) sebbene, come Saga, ne condivida uno con Odino. Possiamo quindi dedurre che, mentre Frigga è l'aspetto immanifestato e passivo di Odino, la saggezza del suo eterno passato sotto forma di Saga (nota n. 29, capitolo 10) la rappresenta nello stadio della vita.

Poiché Odino si trova su molti livelli — come un potere creatore in tutti i mondi, il Logos della filosofia classica dei greci, e anche colui che informa lo spirito umano — egli è onnipresente e dev'essere trovato in tutte le fasi dell'esistenza, a volte mascherato, spesso sotto differenti nomi, ma sempre riconoscibile. Questo rafforza l'idea che l'essenza divina è presente in tutte le forme di vita e che è l'unico ideale autoesistente nella non-vita quando il cosmo si dissolve nel nulla. Quindi, non c'è da sorprendersi nel trovare riferimenti a Odino come Padre di Tutto e di scoprirlo sotto una maschera o l'altra in ogni racconto e poema. L'esempio più lampante è nella Völuspá, quando Odino è salutato come "O tu che hai una parentela santa" — in riferimento a tutte le forme di vita in un universo. Nell'Hávamál egli è "l'Eccelso," nel Vaftrudnismál è Gagnrád (consiglio proficuo), nel Grimnismál egli è Grimner (incappucciato o travestito), nel Vägtamskvädet è Vägtam (pellegrino: abituato alle strade). Nel Valhalla egli saluta i suoi eroi come Ropt (il diffamato, il frainteso) per ragioni che saranno spiegate.[15]

Thor

Un'altra divinità universalmente riconosciuta è Thor, che corrisponde al Giove o Jupiter dei romani e, sotto certi aspetti, al greco Zeus. Sorgente di tutta la vitalità e tutto il potere, egli ha anche molti nomi che suggeriscono i diversi fenomeni ai quali si applica la forza elettromagnetica. Thor non è solo il Tonante che controlla l'atmosfera (in parallelo con Jupiter il gioviale e Jupiter Pluvius), è anche il reggente del pianeta Giove. Quando Thor appare sotto il nome di Vior, rappresenta la vitalità, la forza di vita che anima ogni essere. Come Lorride, è l'elettricità che conosciamo sulla terra ed egli ci visita dal cielo che ci circonda con fulmini e tuoni.

Nella vastità dello spazio, Thor è Trudgälmer (il suono di Thor), l'energia di sostenimento (il Fohat della filosofia orientale) che organizza il cosmo fuori dal caos e mette sotto controllo le spirali galattiche. Trud o Thor è la forza impellente che tiene gli atomi in movimento e, come il Vishnu hindu, mantiene in azione tutte le cose durante il loro periodo di vita. Il martello di Thor è Mjölnir (mugnaio), la forza polverizzante che distrugge così come crea. È il circuito elettrico che ritorna sempre alla mano che lo ha mandato. Simbolizzato dalla svastika, sia a tre che a quattro braccia, rappresenta il movimento vorticoso, il potere sempre in azione che non cessa mai mentre qualsiasi cosa vive nel tempo e nello spazio.

Trudgälmer ha due figli: Mode (forza) e Magne (potenza), che indicano i due poli dell'elettricità o il magnetismo a livello cosmico. Ogni cosa connessa a Thor ripete la dualità del potere bipolare. I suoi figli, l'azione centrifuga e centripeta, si manifestano come radiazione e gravitazione in tutte le forme di vita. Nell'arena umana conosciamo queste forze come odio e amore, repulsione e attrazione. La cintura ferrea di Thor forma il circuito di corrente elettrica: i suoi due guanti d'acciaio implicano la dualità della polarità positiva e negativa. Le ruote del suo carro sprigionano scintille di fulmini attraverso i cieli; per questo motivo, quando viaggia all'estero egli è incapace di usare il ponte dell'arcobaleno degli dèi, Bifrost,[16] perché i suoi fulmini ridurrebbero in cenere il ponte; egli deve quindi passare a guado le acque (dello spazio) che separano i mondi l'uno dall'altro. Ciò, apparentemente, non pone alcun problema al dio, ma lascia perplessi trovare un Discorso dedicato completamente a uno scambio piuttosto monotono di millanteria tra Thor e il traghettatore Hárbard, che Thor sta cercando di persuadere a trasportarlo attraverso il fiume. Evidentemente è uno stratagemma per dimostrare la necessità di un conduttore a convogliare il potere elettrico. (Il Discorso qui non è incluso.) Sul pianeta terra l'attività di Thor è esplicata dai suoi due figli adottivi, Tjalfe (velocità) e Röskva (lavoro), servitori familiari della nostra civiltà assetata di potere.

La bella moglie di Thor si chiama Sif, e ha una lunga chioma d'oro che è l'orgoglio di tutti gli dèi. Rappresenta la vitalità della crescita e anche il raccolto che si ricava da essa e, analogicamente, il potere evolutivo e lo stimolo a progredire che sostiene il corso dell'esistenza di tutti gli esseri.

Le Divinità Solari e Altre

La divinità solare del nostro mondo è Balder. Egli muore e rinasce annualmente ogni giorno, e rappresenta la durata della vita del sole. Questo è un modo di descrivere gli aspetti sempre nuovi presenti in ciascun ciclo, maggiore o minore, poiché il dio sole "muore" e "rinasce" ad ogni rotazione e rivoluzione del pianeta terra. L'anima del sole è chiamata Alfödrul, la "radiosa ruota dell'elfo," mentre il globo visibile è detto il "giocattolo di Dvalin." Come il sole fisico sostiene la nostra vita sulla terra, così la sua essenza vitale sostiene la nostra vita spirituale.

Quando il dio sole è ucciso dal suo fratello cieco Höder (ignoranza e tenebre) — un racconto commovente narrato nel Vägtamskvädet — la devota moglie Nanna muore di crepacuore, ed è sostituita dalla fedele sorellastra Idun che eredita il compito di nutrire gli dèi con le mele dell'immortalità. Da tale contesto si può assumere che Idun rappresenta la nostra terra, mentre Nanna rappresenta il corpo della luna che morì tanto tempo fa. Nello schema teosofico anche la luna è il predecessore del nostro attuale pianeta vivente.

Il pianeta Marte nell'Edda è rappresentato dal dio Tyr — un termine che significa "animale," cioè un essere animato, un'energia, quindi un dio. Tyr è una figura eroica tra le sue divinità fraterne per aver sacrificato la sua mano destra aiutando Fenris, il lupo che, lasciato libero, è destinato a divorare il sole.

Il dio del nostro pianeta terra, Frey, è il fratello di Freya, la Venere-Afrodite norrena. Essi sono i figli di Njörd, che è rappresentato dal pianeta Saturno e che raffigura il Tempo (come il greco Crono). Freya è la patrona e protettrice della razza umana che lei indossa sul suo petto sotto forma di una gemma — il Brisingamen: l'intelligenza spirituale nel genere umano (brising, fuoco, specificamente il fuoco della mente illuminata; men, gioiello.) La moglie di Frey è Gerd, figlia del gigante Gymer.

Loki

Tra gli dèi un posto unico è occupato da Loki. Pur essendo della stirpe dei giganti, egli ha ottenuto la divinità, e rappresenta una qualità molto misteriosa e sacra nella natura umana. Da un lato, è l'intelligenza divina che si risvegliò nell'umanità primordiale (la gemma di Freya alla quale egli è associato) e anche il libero arbitrio con cui l'umanità può scegliere il suo percorso di bene o di male; d'altro canto, egli è il truffatore, il rinnegato, quello che porta sfortuna agli dèi ed è continuamente rimproverato per il suo comportamento malizioso, dopo di che diventa anche l'agente che rimedia la situazione da lui provocata. Nel complesso, Loki tipicizza la mente umana, intelligente, sciocca, immatura. Se considerato sotto l'aspetto del suo carattere redentore, allora è chiamato Lopt (nobile) e si applica alle caratteristiche elevanti e aspiranti nell'intelligenza umana.

Vi sono molti più dèi nel pantheon, due dei quali richiedono una speciale menzione: Forsete, giustizia, la cui funzione nell'universo norreno corrisponde strettamente a quello del karma nelle filosofie orientali. Un altro è Brage, la personificazione dell'ispirazione poetica, la saggezza del poeta e l'illuminazione divina nell'anima — dell'universo e dell'uomo.

Risulta evidente dai racconti che i Vaner sono dèi superiori agli Aesir in un universo che ha molti gradi di percezione, appercezione, intuito e comprensione, dove il più grande ispira i minori che sono contenuti in esso, in una successione infinita di vite gerarchiche. Le due classi di dèi, i Vaner e gli Aesir,[17] apparentemente corrispondono agli asura e sura (non-dèi e dèi degli hindu; i primi hanno un duplice significato: sia al di sopra degli dèi sia al di sotto degli dèi.) I Vaner sono quasi sempre definiti come "i saggi Vaner," e sembra che non ricoprano un ruolo diretto nelle sfere della vita. Gli Aesir, d'altro lato, ispirano i corpi celesti viventi, i pianeti nello spazio. Abitando in Ásgárd (la corte degli Aesir), essi visitano i mondi dei giganti, di solito in incognito, o mandano emissari a rappresentarli. Un esempio lampante di questo è l'avatāra Skirner — un "raggio" del dio Frey — che è mandato a corteggiare Gerd, la fanciulla gigante, in nome del dio. La pura divinità non può avere alcun contatto diretto con la materia ma deve "essere travestita" o, per usare un termine elettrico comune, deve "essere ridotta" attraverso un trasformatore, o quello che i miti norreni chiamano alf (elfo), che significa un "canale," un'anima. I "travestimenti" degli dèi in ogni caso sono appropriati e caratteristici della missione in cui sono impegnati al momento.

In ogni mitologia alcuni dei passaggi più misteriosi e difficili da comprendere sono quelli che trattano la guerra degli dèi. Nell'Apocalisse biblica, sono Michele e gli angeli che combattono il drago celeste con le sue corti; nel Rig-Veda la battaglia è tra sura e asura, e nell'Edda le stesse forze cosmiche lottano in opposizione, come i Vaner e gli Aesir. Poiché il pensiero occidentale è stato per lungo tempo abituato a vedere la divinità come una singola persona divina, il solo livello di vita superiore all'uomo nel cosmo, si ritiene popolarmente che gli Aesir rappresentino rispettivamente una classe più antica e i Vaner una classe più recente di divinità. Vi sono, comunque, valide indicazioni che questi due tipi di poteri appartengono a livelli diversi d'esistenza, uno superiore all'altro; possono anche paragonarsi ai kumāra (in Sanscrito: i vergini) hindu e agli agniṣvātta (quelli che hanno assaporato il fuoco), rispettivamente dèi che rimangono immanifestati e quelli si sono incorporati nei mondi materiali. Il verso 25 della Völuspá lo convalida dicendo che gli Aesir sono stati cacciati dalla loro roccaforte celeste lasciando nei regni divini i Vaner "vittoriosi." Il combattimento, che innesca la forza cosmica di Thor e una nuova creazione, appare come il risultato di Gullveig (sete dell'oro) che viene bruciata e che, come l'enigmatica Fenice, risorge più bella dopo ogni purificazione tramite il fuoco, "issata sulle lance" degli dèi. Come la trasmutazione alchemica del metallo vile in oro, questo tema mitologico trova una pronta risposta nell'anima umana. Riconosciamo la sua applicazione al forte desiderio d'illuminazione nell'uomo, che negli dèi sfocia nella creazione di un universo; è l'impulso che li spinge a manifestarsi. Paradossalmente, la sete dell'oro ha anche un'applicazione opposta nella nostra sfera umana dove può diventare cupidigia per il possesso.

Al concilio degli dèi Odino pose fine alle deliberazioni: tutti gli dèi devono fare ammenda o soltanto gli Aesir? Gli Aesir, "sconfitti," lasciano il campo agli dèi Vana che rimangono nei loro cieli mentre gli Aesir, spodestati, s'impegnano ad animare e illuminare i mondi. Questo sembra identificare gli Aesir con gli agniṣvātta, perché danno energia ai mondi nel cosmo. È la loro presenza tra gli esseri viventi che risveglia la nostalgia dell'anima per la sua patria spirituale. Per gli dèi è un sacrificio sublime voluto da Odino, il Padre di Tutto, la presenza divina nel cuore che stimola la crescita della saggezza.

Ancora una volta gli dèi si consultano: Chi aveva mescolato l'aria con il male e data la fanciulla vergine di Od alla razza gigante? Ciò può essere parafrasato: "Chi aveva dato alla razza umana il potere del libero arbitrio di scegliere il bene o il male, e l'intelligenza (il principio Freya, la figlia di Odino e la sposa della virilità — l'anima umana superiore ) con cui imparare e crescere attraverso queste decisioni?"

Chi, in verità? Non è fornita nessuna ragione esplicita ma, tenendo in mente il "rinnegato" divino," è evidente che un aspetto di Gullveig è Loki — la natura inferiore evoluta nell'autoconsapevolezza e quindi nella statura divina da una precedente condizione materiale. I suoi trucchi maliziosi sono caratteristici della natura umana, indisciplinati e imperfetti, e tuttavia potenzialmente divini. Loki quasi sempre accompagna gli Aesir nei loro viaggi attraverso i mondi dei giganti e lì funziona da intermediario. Egli rappresenta il ponte tra dio e il nano (l'anima spirituale e la natura animale) nell'uomo, e mostra una spiccata dualità, frazionata tra impulsi nobili e bassi. Quando Loki rubò il gioiello-Brisinga di Freya, l'intelligenza umana fu deviata dalla sua giusta meta e abusata per scopi bassi.

Un patto fatto tra i Vaner e gli Aesir diede origine a uno scambio di ostaggi.[18] I titani Mimer e Höner furono mandati dagli Aesir ai Vaner, che a loro volta inviarono gli dèi Njörd e suo figlio Frey giù dagli Aesir. I Vaner trovarono subito che Höner (l'intelligenza su scala cosmica) era inutile, a meno che Mimer (la base proteiforme della materia) fosse disponibile a consigliare (la mente con nessun campo materiale d'azione), cosicché tagliarono la testa di Mimer e la mandarono a Odino, che la consultava ogni giorno per imparare i segreti dell'esistenza.

Per noi l'universo a molti livelli dei racconti mitologici è un modo insolito di guardare alle cose ma è implicito nella maggior parte delle antiche cosmologie del mondo. Solo Mimer ha nove nomi su nove livelli di vita con nove cieli e mondi. Altri sistemi possono usarne sette o dodici. La nostra cultura occidentale ha limitato l'universo a tre piani, con Dio sul piano superiore, l'uomo in quello centrale, e il diavolo nel seminterrato. Questo non consente a nessuna forma di vita uno scopo se non quello umano. Tutta la creazione è sotto il nostro stato elevato ed evolve verso di esso, e apparentemente ogni cosa si ritrova in un vicolo cieco. Riguardo alla coscienza e alla comprensione in evoluzione, non vi è alcuna possibilità di miglioramento o crescita oltre lo stadio umano, che ci fornisce ben poco per guardare al futuro e rende irrilevanti i concetti di infinità ed eternità. In contrasto, la sapienza tradizionale postula vedute senza fine di tempo e spazio, con forme di vita che variano attraverso innumerevoli combinazioni di spiritualità e materialità, in cui il nostro mondo è un'esile sezione trasversale sul proprio livello. In un tale universo non possiamo adeguatamente equiparare il bene con lo spirito e il male con la materia; c'è sempre una scala mobile di relatività, in cui il "bene," in questo contesto, è giustizia, armonia, mentre il "male" è disarmonia. Lo sconcertante riferimento biblico alla "malvagità spirituale nei luoghi alti" può essere spiegato nel senso che denota l'imperfezione in una condizione spirituale, o come il male relativo a uno stato superiore. Attraverso i miti, gli dèi e i giganti, energia e inerzia, coscienza e sostanza, sono inestricabilmente vincolati, sempre relativamente, e non devono essere giudicati dai nostri modelli limitati di bene e male. Tuttavia, sono continuamente mutevoli, crescendo dal piccolo al più grande, e quando ciò che è ristretto espande i suoi limiti, il centro del sé diventa progressivamente universale.

Nella letteratura Brahmanica gli dèi e i giganti si trovano, tra l'altro, anche sotto le sembianze di loka e tala. Essi rappresentano i numerosi mondi in manifestazione, incluso il mondo materiale in cui viviamo. Un loka è la coscienza che tende verso il basso su qualsiasi piano, il tala è la corrispondente coscienza che tende verso l'alto, e i termini "basso" e "alto" sono naturalmente simbolici. Quest'interrelazione tra dèi e giganti in eterna opposizione è ben raffigurata nel Grimnismál, che tenta descrivere i "ripiani" sostanziali che costruiscono le "sale" o i "palazzi" dei loro rispettivi abitanti, gli dèi.

La spiegazione della guerra nei cieli dev'essere affidata all'intuito personale di ciascuno. Si può distinguere un progresso delle intelligenze divine che animano i mondi materiali, che appaiono veri e propri inferni a queste influenze benevoli, in modo che gli esseri minori possano ricevere qualche parte della loro illuminazione. Questa tendenza degli dèi a partecipare ai regni inferiori per amore dei loro abitanti è fortemente percepita in tutte le storie degli dèi narrate dagli scandinavi (o dai loro predecessori) e può veramente essere il motivo per cui questi racconti ci affascinano e continuano a essere rispettati e tramandati.


Capitolo 4

La Creazione Cosmica

Prima che appaia un qualsiasi sistema di mondi, niente esiste, solo tenebre e silenzio — Ginnungagap (il vuoto assoluto). Gli dèi si sono ritirati nelle loro sfere superne; spazio e tempo sono pure astrazioni, perché la materia è non-esistente in assenza di qualsiasi vitalità organizzatrice. È il chaos della cosmogonia greca prima che l'ordine, kosmos, venga in esistenza. Nelle Stanze di Dzyan[19] è detto: "Il tempo non era, perché giaceva addormentato nel seno infinito della durata." L'Edda lo chiama Fimbulvetr (il possente inverno) — la lunga fredda notte del Non-Essere.

Quando scocca l'ora della nascita di un cosmo, il calore di Muspellsheim (la dimora del fuoco) scioglie il ghiaccio ammassato in Niflheim (la dimora delle nubi) creando il fertile vapore nel Vuoto. Questo è Ymer, il gigante di brina, da cui gli dèi creeranno i mondi: mondi non manifestati e "mondi vittoriosi" in cui i fiumi di vite s'incorporeranno. Ymer è nutrito dai quattro flussi di latte che sgorgano nelle quattro direzioni dalla vacca Audhumla, simbolo di fertilità, il seme ancora immanifestato della vita. "Immolato dagli dèi, Ymer diventa Örgälmer (la forte deflagrazione primordiale), la chiave fondamentale i cui ipertoni vibrano attraverso tutti i piani dormenti dello spazio. Come il Fohat tibetano che fa roteare gli atomi, qui è descritta vividamente una prima vibrazione che organizza il moto nella proto-sostanza inerte, creando vortici le cui estensioni e velocità determinano le lunghezze d'onda e le frequenze che creano le varie gamme della materia. Come dice l'Edda: "Questo fu il primo degli eoni, quando Ymer iniziò a costruire. Non c'era sabbia né mare né onde; non esistevano né terra né cielo; solo l'abisso si spalancava: niente cresceva. Finché un giorno i figli di Bur innalzarono le tavole, Essi che avevano il potere di plasmare Midgárd. Dal sud il sole risplendette sulle pietre della corte; allora germogliò l'erba verde nel fertile suolo."[20]

Parafrasando: prima che il tempo avesse inizio, non esisteva alcun elemento perché non vi erano "onde" — nessun movimento, quindi nessuna forma e nessun tempo. Questa vivida descrizione difficilmente potrebbe essere migliore. La materia e tutto l'universo fenomenico sono, come sappiamo, gli effetti del movimento metodico delle cariche elettriche. Organizzate come atomi con le loro moltitudini di particelle, uniscono alla forma i vari gradi della materia che compone soli e pianeti. In assenza d'organizzazione, le forze, gli dèi, nessuna di queste cose esiste. Lo spazio è di per sé un'astrazione, inimmaginabile, inesistente, e tuttavia la sola esistenza. È Ginnungagap, "l'abisso di Ginn," il Non-essere inesprimibile, indicibile, in cui il gigante Ymer, il gigante di brina, non permette "alcuna crescita" finché le forze creative lo "immolano" e dal suo corpo si modellano i mondi: "innalzare le tavole" affinché essi banchettino con l'idromele della vita.

La vacca Audhumla lecca il sale dai blocchi di ghiaccio ammassati nel Ginnungagap e scopre la testa di Buri (lo Spazio come astrazione, non lo spazio che ha dimensioni). Buri corrisponde al "senza genitori," — all' "auto-generato" della cosmogonia hindu. Audhumla, il seme primordiale della vita, può essere confrontata alla vāc hindu, la prima vibrazione o suono, rappresentata anche come una vacca. Troviamo la stessa idea nel mito biblico (Giovanni, 1:1):"In Principio era la Parola e il la Parola era con Dio e la Parola era Dio." La Parola (il logos greco) significa ragione e contiene anche il concetto di suono, vibrazione. In ogni caso, il primo fremito d'attività esprime la prima ideazione nella mente divina, come una chiave fondamentale e dominante su cui è costruita una serie di ipertoni, ciascuno dei quali diventa la nota dominante di una nuova serie di ipertoni. Se avete mai sentito i riverberi di un gong che lentamente svaniscono all'udito, sentirete l'accordo maggiore costruito su una sola nota profonda. È concepibilmente un simbolo accurato per descrivere un big bang i cui impulsi energizzanti si moltiplicano come armonie ai limiti del suo progredire. Da una tale proliferazione di vibrazioni le coscienze che chiamiamo dèi possono organizzare le forme che servono loro da veicoli, e incorporarsi e dimorare in questi veicoli, che siano soli, umani o vite subatomiche. Dal Buri astratto emana Bur (spazio come estensione) e da questo evolve un terzo, il logos trino, composto da Odino, Vile (volontà) e Ve (sacralità — soggezione nel suo senso originale). Questi sono i noumena o prototipi degli elementi che nella nostra sfera chiamiamo aria, fuoco, e acqua: l'essenza dello spirito (respiro), la vitalità (calore), e il fluido (mente) — i sottili originatori degli stati a noi familiari della materia. Vi è una suggestiva connessione tra quelle che i miti chiamano le "acque dello spazio" — la base di tutta l'esistenza e il campo comune degli universi — e l'idrogeno (dal greco hydor: acqua), se ricordiamo che l'idrogeno è l'elemento più semplice, leggero e più abbondante, e l'unico ad entrare nella composizione di tutta la materia conosciuta. Il secondo membro della trinità può essere ricercato nel secondo elemento, elio, che prende il suo nome da helios, il sole, nel quale fu scoperto per la prima volta. Possiamo anche trovare una connessione tra il fuoco e l'elemento ossigeno che chimicamente si combina con altri elementi in combustione. Un aspetto del fuoco divino è Mundilföre, la "leva" o "l'asse" che fa girare le "ruote" delle galassie, dei soli, pianeti, o atomi. È il potere che dà il via al movimento rotatorio e traslatorio, che crea vortici, entità dinamiche nelle acque dello spazio.

È sorprendente come gli accenni più o meno oscuri che si trovano nei miti siano riconoscibili nella scienza moderna, anche in quei campi sofisticati come le teorie sulla formazione stellare e sulla cosmologia. Queste ultime mostrano come hanno luogo i processi fisici, mentre le prime indicano le cause che li realizzano. In chimica si parla di tre condizioni della materia — solida, liquida, e gassosa; i miti le chiamano terra, acqua e aria, aggiungendone due in più: fuoco ed etere, che erano inclusi nella scienza antica come attributi degli dèi.

Nel remoto mattino mitologico del tempo, la nostra terra con tutti i suoi componenti che vi dimoravano devo essere stati ancora in una condizione che possiamo solo descrivere come eterea. Il globo doveva ancora condensarsi dalla sua nebulosa (nifl) primitiva, nata in Nifhleim (la primordiale dimora delle nubi). Possiamo immaginare come la futura volontà divina, scendendo a spirale verso il basso, poi attraverso i livelli dell'ideazione e del piano intelligente, attraverso sostanze eteree e sempre più grossolane, anche se intangibili, formi gli atomi, le molecole organizzatrici, gli organismi che pianificano, finché siano stati espirati tutti i principi e gli aspetti di un mondo con le sue appropriate forme di vita. Da questo impulso, la polvere delle stelle morte antecedentemente si diffuse inattiva attraverso i campi dello spazio dormente, e ricevette nuovamente il bacio della vita e, obbedendo a quello stimolo creativo, formò vortici di energia che diventarono la materia dalla quale furono modellati i nostri mondi.

Prima che il nostro pianeta divenisse fisico, le condizioni meno solide della materia — fuoco ed etere — erano indubbiamente più in evidenza; il fuoco si trova ancora come il calore vitale di tutti i corpi viventi. Anche lo spazio stesso, per quello che ne sappiamo, mostra un simile segno di vita: una temperatura di 2.7° K, mentre difficilmente un'ondata di calore risulta come la prova di un leggero movimento di vitalità, comunque debole. L'etere oggi non è riconosciuto con quel nome, tuttavia gli eufemismi come "mezzo interstellare" e "mezzo intergalattico" sono usati in astrofisica in riferimento ad esso. Fin da quel remoto passato quando il nostro globo cominciò a solidificarsi, l'elemento etereo apparentemente si allontanò dal nostro campo percettivo. In futuro, quando la terra lentamente diventerà eterea, come predicono le tradizioni teosofiche, indubbiamente lo riscopriremo assieme all'accelerazione della radioattività.

Abbiamo visto come Ymer, il gigante di brina, è trasformato dai poteri divini nelle sostanze che costruiscono un mondo, la sostanza proto-primordiale che diventa Örgälmer (la deflagrazione primordiale), la chiave dominante di un cosmo, un'effusione di energie così potenti da far venire in mente l'avvenimento che gli scienziati chiamano il big bang. La creazione della terra nel Grimnismál (40-41) è più poetica:

"Della carne di Ymer era formata la terra, dei fluttuanti mari il suo sangue, dalle sue ossa le montagne, dai suoi capelli le boscaglie, e dalla sua scatola cranica il cielo. Con le sue sopracciglia i poteri benefici circondarono Midgárd per i figli dell'uomo; ma dal suo cervello sicuramente furono creati tutti i cieli scuri."

Le sopracciglia protettive che inclusero il dominio umano suggeriscono molto da vicino le fasce di Van Allen a forma d'arco o di toro che fermano l'eccessiva radiazione cosmica.

Il processo creativo della manifestazione progressiva (chiamata in teosofia "l'arco discendente" — il Mjötvidr dell'Edda), segna il rifornimento, il nutrimento dell'Albero della Vita, mentre la susseguente evoluzione dello spirito e il regresso della materia ("l'arco ascendente" della teosofia e il Mjötudr dell'Edda) porta all'esaurimento del cibo che nutre Yggdrasil. Odino è chiamato Ofner (colui che apre) all'inizio di una fase di vita, quando è inseparabile da Örgälmer, la nota dominante i cui riverberi si moltiplicano nel cosmo. Questo battito sistolico del cuore cosmico dev'essere seguito, al momento giusto, da una diastola, quando, terminata l'espansione, gli dèi si ritirano ancora una volta nel cuore dell'Essere e, in verità, questo ha una sua conferma: alla fine della vita Odino è Svafner (colui che chiude), vincolato a Bärgälmer (la deflagrazione del compimento). Questo gigante della materia è "macinato nel mulino" — livellato alla mancanza di forma, annichilito come materia, con una notevole somiglianza con quella che la scienza ora chiama un buco nero. Si dice di lui che è anche "messo sulla chiglia di un'imbarcazione e salvato" — un'allegoria che ricorda il diluvio di Noè, che garantisce pure il rinnovamento delle forme di vita dopo una dissoluzione. Questo può essere del tutto possibile come l'usanza funebre originaria di deporre un capotribù morto sulla sua nave-pira e lasciar bruciare il vascello affidato al mare.

I fiumi del Hvergälmer o le diverse classi o regni di vite proseguono il loro corso d'incorporamento attraverso i livelli e le case dei sistemi del mondo. Rappresentano la grande varietà di organismi usati dai numerosi tipi di anime-elfi, incluso il percorso umano. Vi sono i nani e gli elfi di luce, e anche gli elfi delle tenebre che non hanno ancora "combattuto dalla pietra di fondazione della sala fino ai bastioni" (Völuspá 14).

Durante il periodo di vita di un essere cosmico, Odino, il Padre di Tutto, è rigorosamente parallelo a Trudgälmer (il frastuono di Thor), il sostenitore di tutta la vita. Abbiamo visto come Trud (su scala cosmica), Thor (nel sistema solare), Lorride (sulla terra) rappresentino l'energia in tutte le gamme dello spettro elettro-magnetico e come tutte le loro pertinenze abbiano la connotazione del potere in varie applicazioni. Il martello di Thor, Mjölnir, crea la materia e la macina per distruggerla; essendo l'agente sia della creazione che della distruzione consacra i matrimoni e uccide pure i giganti, officiando così ai riti della procreazione, e porta anche la morte ritirando le coscienze dalle sfere della vita.


Capitolo 5

La Creazione Terrestre

La creazione del nostro pianeta è raffigurata in parecchi modi. La divinità terrestre è Frey, il valoroso. Egli è figlio di Njörd e fratello di Freya, e possiede una spada magica che si dice sia più corta delle altre armi, ma invincibile quando chi la impugna mostra coraggio. Dev'essere conquistata da tutti i guerrieri di Odino che vogliono raggiungere il Vahlalla.

L'anima della terra è Idun, la custode delle mele dell'immortalità che lei serve agli dèi in certi periodi specifici, e non cede a nessuna supplica durante i pasti. Idun è la figlia del gigante Ivalde, "la più vecchia della sua prole più giovane." Nanna, l'anima della luna, una figlia della sua "prole più vecchia," morì di crepacuore alla morte di suo marito Balder, il dio sole.[21] Questo potrebbe essere un modo per suggerire che il nostro pianeta vivente vede un sole diverso, un altro aspetto dell'essere solare, rispetto a com'era il suo predecessore. I figli di Ivalde sono gli elementi che compongono il nostro pianeta; sono forze di vita che una volta formavano la dimora di Nanna ma dopo la sua morte cominciarono a formare quella di Idun. Gli insegnamenti teosofici affermano che ogni pianeta, incluso il nostro, come pure il sole, comprende parecchi globi invisibili insieme a quelli che conosciamo, e definiscono la nostra terra come il quinto globo di una serie di sette incorporamenti della divinità planetaria, mentre la luna è stata il quarto globo; il nostro sistema planetario è dunque un passo in avanti rispetto al precedente mondo composito della luna.

Molte tradizioni ritengono la luna il genitore della terra e dicono che le sue sostanze ed essenze vitali sono ancora trasmesse al suo successore. Il fatto che la luna visibile stia lentamente decrescendo, in particolare il lato di fronte alla terra, è supportato dai miti. Figurativamente, si dice che la luna è come una madre che si muove intorno alla culla della sua bambina, la terra. La popolare filastrocca Jack e Jill ha origine nell'Edda dove i loro nomi sono Hjuke e Bil, che vanno sulla luna a prendere la sua sostanza per riportarla sulla terra. Quando si trovano lì, possiamo vedere le loro sagome sullo sfondo del disco lunare, proprio come vediamo l'uomo sulla luna. Le tradizioni degli indiani americani chiamano la terra "madre terra" e la luna "nonna luna," il che implica lo stesso tema di successione.

In un racconto, l'Edda narra la costruzione della terra come una disputa tra due fazioni: una consisteva dei due figli di Ivalde, i nani Sindre e Brock (i regni vegetali e minerali); l'altra consisteva di Dvalin (l'anima umana-animale non ancora risvegliata) assistita da Loki. La contesa era di stabilire chi potesse creare i doni più appropriati agli dèi.

Brock e Sindre creano per Odino l'anello che si auto-rigenerava, Draupnir, che ogni nove notti dispensa altri otto anelli simili, assicurando il rinnovamento ciclico e la perpetuazione delle forme di vita. Crearono per il dio della terra, Frey, un cinghiale d'oro. Questo simbolo della terra si trova anche nei Purāna hindu, dove Brahmā, sotto forma di cinghiale, sollevò la terra dalle acque dello spazio tenendola sulle sue zanne. Per Thor i nani foggiarono il martello Mjölnir, il polverizzatore. Questo è il "fulmine" nelle versioni popolari, che — come abbiamo visto — rappresenta elettricità e magnetismo, odio e amore, distruzione e creazione, e sotto forma di svastika rappresenta il moto perpetuo. Ha la proprietà di ritornare sempre alla mano che l'ha scagliato, completando un circuito; in aggiunta ai suoi significati fisici questo è un modo per esprimere la legge della giustizia che dirige la natura universale in tutti i suoi "ripiani." Vi riconosciamo subito la dottrina orientale del karma che governa a ogni livello di vita, restaurando l'armonia là dov'è stata infranta e, su vasta scala cosmica, causando la riapparizione ciclica dei mondi. Il martello di Thor è piuttosto corto di manico, comunque, perché durante la sua forgiatura Loki si camuffò da ape e trafisse con un pericoloso pungiglione il nano che brandiva il mantice. Il nano vacillò solo un istante ma fu sufficiente a incrinare il dono e ad accordare la vittoria a Loki e Dvalin. Inoltre, i doni dei nani sono il meglio che possa essere prodotto dai regni vegetale e minerale per lo spirito divino (Odino), vitale (Thor), planetario (Frey). Va notato, comunque, che questi doni, prodotti dai minerali e dai vegetali, sono limitati alle proprietà fisiche connesse ai loro creatori: l'anello di Odino indica chiaramente il progresso ciclico degli avvenimenti con paragoni che ricorrono continuamente, di cui sono caratteristiche le stagioni che cambiano; il cinghiale di Frey con le setole d'oro lucente guida il suo carro attraverso i cieli; mentre il martello di Thor, creativo e distruttivo, rappresenta la forza di vita e i poteri che associamo agli elementi — tuoni e fulmini, onde e movimenti sismici, e l'interazione dei campi gravitazionali e magnetici.

In competizione con loro, Dvalin, con l'aiuto di Loki, crea per Odino la lancia magica che non fallisce mai il suo bersaglio quando è impugnata da un puro di cuore. Questa è la volontà evolutiva, spesso simbolizzata da una lancia, a volte da una spada. È la voglia innata in ogni essere vivente di crescere e progredire verso una condizione più avanzata. In questo c'è un'implicazione mistica del sacrificio perché anche Odino, appeso all'Albero della Vita, è trafitto da una lancia, come pure altri salvatori crocifissi sono stati trafitti da una lancia.

Il fatto che Dvalin e Loki restituiscano la chioma d'oro di Sif, sua moglie (il raccolto), che è stata rubata da Loki — il cattivo uso della generosità della terra — forse ha un riferimento che va oltre il grano fisico della terra. Il dono della nuova semina e il potenziale infinito della crescita evolutiva a ogni livello della materia e della coscienza porta una grande promessa per il mondo che dev'essere formato. Frey riceve in dono la nave Skidbladnir che contiene tutti i semi di ogni tipo di vita, ma che può essere ripiegata come un fazzoletto quando la sua vita è terminata.

Mentre il fisico, l'astrale, il vitale, e tutti gli altri requisiti per il nuovo pianeta sono assemblati e nuovamente formati in questo modo, i principi spirituali, Lif e Lifthrasir (la vita e il superstite; quest'ultimo significa "difficile da uccidere" o indistruttibile) sono "nascosti nel tesoro solare della memoria." Queste sono le parti quasi immortali del pianeta, lo spirito-anima eterno del regno umano, l'essenza solare dell'umanità, che dura attraverso tutto il periodo di vita del sole. Allegoricamente, da questo racconto apprendiamo che, sebbene i regni minerali producano doni buoni e utili per le divinità che s'incorporano, l'ingegnosità umana è di un ordine superiore e vince la sfida.

Il nome dato al nostro pianeta fisico, Midgárd, significa "la terra di mezzo." Questo collocamento del nostro globo in una posizione centrale corrisponde sorprendentemente alla descrizione teosofica che la nostra casa terrestre si compone di una serie di globi, e il globo centrale è la sfera in cui abitiamo. Il numero dei suoi compagni eterici varia in differenti mitologie; poiché i più elevati sono così spirituali, così al di là di ogni comprensione umana immaginabile, essi sono completamente omessi in alcune cosmogonie mitologiche o soltanto accennati. I dodici globi dell'Edda elencati nel Grimnismál suggeriscono un modello in cui sei globi sempre più materiali culminano nel nostro, seguiti da sei sfere sempre più spirituali nell'apice divino del sistema terrestre. Il nostro globo è il gigante Trym dell'Edda, e sta sul più materiale dei livelli che ospitano e forniscono le sostanze per le dodici case delle divinità.

Come altre storie mitologiche, l'Edda ha i suoi diluvi, sia universali che terrestri. Abbiamo visto come Bärgälmer, il risultato finale di un ciclo cosmico d'attività è "salvato sulla chiglia di un'imbarcazione" per diventare un nuovo sistema di mondi all'inizio del prossimo periodo di manifestazione. Modelli del genere emergono su scala minore nello spazio di vita della terra. Qui i giganti si succedono l'un l'altro e, in un periodo enorme, una serie di gigantesse più piccole ma ancora immense, le loro figlie, si susseguono l'una con l'altra, riflettendo analogicamente le più grandi ere planetarie di vita.

Vi sono sempre delle somiglianze tra il primo di una serie e il primo di una serie subordinata, tra il secondo di una e il secondo dell'altra; a volte hanno gli stessi nomi o uno nome molto simile, cosa che può generare confusione ma che serve anche a rivelare un progetto. Ad esempio, possiamo trarre chiare analogie tra i giganti Ymer, Gymer, Hymer, e Rymer, che rappresentano fasi diverse di una serie di avvenimenti cosmici.

Per quanto riguarda il nostro pianeta, sappiamo che è soggetto a graduali cambiamenti per tutto il tempo, in aggiunta ai quali avvengono cataclismi occasionali. Una ragione di tutto questo sono i saccheggi subiti dagli abitanti che, per un lungo periodo, violano le leggi che governano l'ecologia; quando la distruzione umana diventa intollerabile, la natura si ribella portando un violento cambiamento e restaurando l'equilibrio delle forze. Questo fa parte dei normali processi del sistema restaurativo della terra e del suo salutare recupero e ripresa.

Gli sconvolgimenti maggiori, comunque, che causano cambiamenti radicali nella disposizione di continenti e mari, sono governati dall'impulso ritmico delle correnti di vita del pianeta, e hanno luogo a intervalli la cui lunghezza sorpassa di gran lunga qualsiasi storia secolare. Durante i quattro bilioni e mezzo di anni fino al periodo attuale della terra, solo quattro di queste immani catastrofi sono ricordate nella tradizione teosofica. Gli eventi minori sono naturalmente più frequenti.

Le mitologie sono unanimi nel raccontare storie di diluvi e il ripopolamento del globo dopo che era stato spogliato completamente della vita umana. Alcune tradizioni Amerinde narrano di una serie di "soli" che si succedono l'un l'altro. Ciascun sole dura il periodo in cui gli elementi governanti, aria, fuoco e acqua, sono in equilibrio; gradualmente, comunque, uno o l'altro prevale causando un incremento di tensione fino a raggiungere un punto critico, quando un violento rilassamento ristabilisce l'equilibrio, alterando radicalmente la configurazione di massicci montuosi e oceani. Gli abitanti del "nuovo mondo" vedono il sole che prende un sentiero diverso nel cielo. Secondo le tradizioni Nahuatl come pure quelle degli Hopi, ora noi siamo nel quinto sole. Gli Zuni affermano con grandi dettagli che siamo nel quarto mondo ma con piede nel quinto. Fate il confronto con gli insegnamenti teosofici: noi siamo nel quarto dei sette percorsi della nostra terra, e anche nel quarto della serie di sette globi (chiamata una catena), ma nella quinta umanità su questo globo.


Capitolo 6

I Regni della Natura

Mentre gli dèi e i giganti rappresentavano i poli complementari della divinità e della materia su una scala graduata che si estende sia verso lo spirito sia verso la materia oltre le nostre percezioni, per i mitografi norreni la natura era piena di esseri viventi a tutti gli stadi dell'evoluzione. Ognuno di questi esseri rappresentava il suo dio (l'energia della coscienza) che si esprimeva nel suo modo appropriato, o anima, e incarnava in un aspetto adatto il suo gigante. Il nostro mondo visibile e tangibile era uno dei mondi — una sottile sezione trasversale di una vasta gamma di contrapposizioni di dio-gigante attraverso cui le onde di vita fluivano incessantemente con lo scopo di infiniti tipi di cambiamenti e crescite evolutive.

Il legame che separa e unisce il dio e il suo corrispondente gigante è il suo alf (elfo) che, come sappiamo, significa fiume o canale. L'elfo esprime le sue qualità divine attraverso la forma sostanziale, nella misura delle sue possibilità. Questo fa di ciascun essere una triade: primo, la coscienza divina o Odino l'eterno, il Padre di Tutto, la radice immortale di ogni essere, che anima il gigante o il corpo che muore ed è macinato nel mulino, dissolvendosi quando la vita divina si è allontanata; il legame tra i due è un elfo — l'anima che evolve attivamente e incanala l'influenza divina nel mondo materiale, ed egli stesso evolve verso il suo hamingja, il suo angelo custode o il sé divino individuale. L'elfo-anima partecipa a entrambi i tipi d'influenza: ispirato dalla sua natura divina progredisce sempre più armoniosamente perché a poco a poco si unisce a questa nobile sorgente del suo essere, mentre la propria tendenza materiale, appesantita dalla plumbea resistenza della materia, il suo gigante, rimane mortale. Questo è mostrato molto chiaramente nel Discorso di Völund, dove l'elfo-anima, l'umanità, è tenuto prigioniero da un'epoca malvagia, e che tuttavia supera in virtù della volontà e dalla determinazione spirituale, come pure dall'ingegnosità.

Attraverso il lungo e lento corso evolutivo gli elfi ottengono sempre di più l'unione cosciente con i loro divini mentori e a poco a poco diventano immortali; però, finché non raggiungono un tale stato, questi beniamini degli dèi passano ogni riposo benedetto tra le vite sulla terra insieme alle divinità nella sala del banchetto (spazio) del titano Äger, ma nell'oblio di tutto ciò che li circonda. Vi sono numerose classi di elfi a vari stadi di consapevolezza: gli elfi della luce sono coloro che tra una vita e l'altra dormono tra gli dèi al loro banchetto celeste, mentre gli elfi delle tenebre sono trascinati verso i mondi inferiori.

Le anime che non hanno ancora raggiunto la fase umana e autocosciente nella loro evoluzione sono chiamate "i nani." Queste anime elementali s'incorporano negli animali e nelle piante, nei minerali all'interno del globo, e nelle forze del vento e dell'atmosfera. Le storie popolari li descrivono come persone piccole di statura. Apparentemente, questo deriva dalla traduzione del midr finlandese, del mindre svedese, come più piccolo. Ciò è del tutto legittimo e ha dato vita al concetto che i nani siano esseri di taglia più piccola rispetto agli umani. Comunque, un'interpretazione ugualmente valida, e che ha più senso, è che essi sono inferiori agli umani — meno evoluti, meno completi nel proprio sviluppo. Giudicando dai loro nomi, si riferiscono evidentemente ai vari animali, piante, e altre creature al di sotto dei regni umani, per cui probabilmente il diminutivo indica il loro stadio evolutivo piuttosto che la loro taglia fisica.

Tra i nani elementali (quelli appartenenti ai regni di vita meno evoluti anche dei minerali) ci sono i troll, che hanno fama di essere nemici dell'uomo, e i tomtar, che servono e aiutano l'uomo in molti modi. Nelle storie popolari il troll è raffigurato come un mostro ripugnante, e il tomte come un attraente spiritello che indossa un costume grigio e un rosso cappello frigio. Ogni fattoria dell'antichità aveva il suo tomte che proteggeva il bestiame e le coltivazioni, impediva ai cavalli di dormire sul ghiaccio dell'inverno, e compiva numerosi altri servizi durante l'anno. Tutto ciò che chiedevano in cambio era un caldo porridge di riso dalla porta della stalla alla Vigilia di Natale. I troll, comunque, erano gli alleati degli stregoni e non erano contrari a fare scherzi agli ignari. È da rilevare che in tutto questo folklore non c'era un vero scambio tra umani e nani a livello mentale o emozionale. Utili o pericolosi che siano, i nani non sono, intenzionalmente e automaticamente, benevoli o malevoli ma semplicemente forze non pensanti della natura, che agiscono automaticamente e senza benevolenza o malizia, cosicché la considerazione dell'uomo per loro era curiosamente impersonale. Nessuno si affezionerebbe a un tomte, anche se gli fosse grato per le sue azioni. Alla classica fata dalle ali impalpabili, come pure agli gnomi e ai folletti e ad altre "persone piccole di statura" appropriatamente vestite, sebbene la loro apparizione sia una creazione della fantasia umana, non si può negare del tutto un'esistenza. Varie leggende antiche che ci parlano di questi e altri abitanti del Mondo dei Sogni, "sprovvisti dell'anima," sono l'eco di una conoscenza molto reale che nel corso delle ere è stata deformata e fraintesa: che sotto i minerali sulla scala evolutiva ci sono entità e forze che si esprimono nelle proprietà degli elementi materiali o stati della materia. Sono esseri che sarebbe difficile definire, perché non abbiamo nessun'idea del tipo di "anima" che s'incorpora nei minerali, e ancora meno delle creature al di sotto di essi sulla scala del progresso evolutivo. Le storie classiche e medievali dipingono gli abitanti degli elementi come salamandre (del fuoco), ondine (dell'acqua), silfidi (dell'aria), e gnomi (della terra); l'Edda li classifica tra i nani e attribuisce loro la parentela con i titani o giganti degli elementi appropriati. Come il greco Oceano (le "acque" dello spazio) generò le ondine, così, nei miti norreni, Äger, con sua moglie Ran, dea del mare, generò le nove onde. Quelle che oggi chiamiamo leggi della natura, sui cui attributi facciamo un costante affidamento — tutte le funzioni chimiche e fisiche, automatiche e semiautomatiche del mondo naturale — sono espressioni di forze elementali. Senza queste forze non potremmo contattare la materia in cui viviamo, e non potremmo nemmeno contare sul suo funzionamento. Sono i modellatori delle nuvole, la tensione di superficie che definisce una goccia di rugiada, sono loro che provocano l'insorgere della fiamma e la caduta dell'acqua. Comunque, non avendo taglie e aspetti definiti, questi esseri non sono generalmente riconosciuti come forme di vita, sebbene possano assumere qualsiasi forma immaginata dalla fantasia popolare. I popolari esseri fatati o gnomi sono stati occasionalmente visti da persone perfettamente razionali, la loro apparizione e i vestiti indossati sono dovuti a immagini mentali create dalle leggende popolari e dalla consuetudine che essi possono essere così forti, specialmente in certi posti, che una natura sensitiva, combinando queste dicerie con le proprie impressioni, può percepirli in quel modo. La facoltà che crea l'immagine è una forza molto reale.

Si dice che i nani siano al seguito di Dvalin perché i regni inferiori ricevono l'impulso a crescere da Dvalin (colui che è in trance — l'anima umana che ancora non si risvegliata al suo potenziale). Raffigurata come Ask ed Embla (frassino e ontano), miniature dell'albero del mondo, Yggdrasil, la razza umana era ancora in una condizione vegetativa, priva di mente, priva di pensiero, e crescendo solo come le piante fanno, senza coscienza di sé, fino a quando "gli dèi guardarono indietro e videro la loro situazione critica." Allora, i figli di Ivalde stavano ancora modellando il pianeta, era il periodo dei giganti, la cui durata di vita era la nostra luna.

I nani al seguito di Dvalin nella Völuspá sono chiamati con vividi appellativi come Scoperta, Dubbio, Volontà, Passione, Fallimento, Velocità, Corna Ramificate, e molti altri ancora. Alcuni nomi sono enigmatici, altri caratterizzano chiaramente alcune piante e animali, "fino a Lofar, munito di mani."

La situazione critica in cui versava l'umanità suscitò la compassione degli dèi, che le fornirono le qualità proprie delle divinità, rendendo l'essere umano un ásmegir, un dio potenziale, in una triplice combinazione: un nano, consanguineo di Dvalin, è la sua natura animale; nel suo sé umano egli è un elfo, un canale dell'anima, che vincola la sua natura nanesca agli dèi; e l'anima spirituale è il suo hamingja, consanguineo delle Norne, il suo guardiano e mentore che non lo lascia mai, a meno che l'uomo stesso, con la sua persistente malvagità, recida il suo legame con la divinità, costringendo l'hamingja ad abbandonare il suo compito.

Una classifica più comprensibile viene alla luce quando notiamo che l'uomo comprende i doni dei tre Aesir creativi, essendo composto della loro natura: "Da una simile stirpe [di regni di vite evolventi] discesero Tre Aesir, potenti, compassionevoli, e dove si stabilirono trovarono sulla terra il frassino e l'ontano, indeboliti e senza destino." (Völuspá, 17-18). Questo rende l'umano un essere composito. Nella penetrante analisi di Viktor Rydberg, gli elementi inferiori erano già combinati nel frassino e nell'ontano prima della venuta degli dèi creatori, i cui "doni" completarono l'uomo come un ásmegir, un dio potenziale — un áse in divenire — che fornisce gli attributi divini che dotano l'universo di forma, poteri e organizzazione. A ogni livello un essere umano è una parte intrinseca delle rappresentanze che vitalizzano l'universo. Nel Genesi si trova la stessa idea: le essenze divine della vita universale alitano nell'uomo il proprio respiro e creano un'immagine umana di loro stesse, che possiede in latenza tutto ciò che la vita universale contiene.

La struttura mortale può essere definita triplice: primo, il corpo, composto dagli elementi della terra; secondo, il modello informante, che permette a ogni organismo di trattenere il suo aspetto per tutta la vita; terzo, la forza di crescita vegetativa in tutte le creature, la vitalità fisica o campo magnetico. Questi tre ingredienti erano già presenti nel frassino e nell'ontano. A queste porzioni fisiche gli dèi aggiungono le loro proprietà: Lodur fornisce e laeti, letteralmente sangue e carattere distintivo: sangue nel senso di linea di sangue, tratti genetici ereditari, mentre il carattere distintivo è evidentemente ciò che nella letteratura sanscrita è chiamato svabhāva, l'auto-divenire: la combinazione e la proporzione di qualità che danno a ciascuna entità la sua unicità. Questi due doni correlati costituiscono la luce divina o immagine fornita da Lodur che, insieme al dono di Höner, odr, la mente o l'intelligenza latente, compongono la natura dell'elfo umano. Questo, quando è acceso da un potere divino diviene un ásmegir, un dio futuro.[22] Il dono supremo è quello di Odino, che dona agli umani la sua essenza spirituale.

Parecchi tentativi infruttuosi erano stati fatti in precedenza per i popoli della terra con vere e proprie forme umane. L'Edda descrive il gigante di fango Mockerkalfe che doveva essere distrutto e sostituito. La storia è narrata nell'Edda Minore e racconta la battaglia di Thor con il gigante Rungner:

Rungner fu intrattenuto nell'Ásgárd con la birra servita nei calici da cui Thor era solito bere, e se la scolò tutta, si ubriacò completamente e cominciò a vantarsi dicendo che voleva portare il Valhalla alla Casa del gigante, inondare l'Ásgárd e uccidere tutte le divinità tranne Freya e Sif, che avrebbe portato con sé. Mentre sbraitava, Freya continuava a farlo bere. Alla lunga, gli dèi, stanchi delle sue vanterie, pronunciarono il nome di Thor, che portò immediatamente il Tonante nella sala con il suo martello tenuto in alto. Thor voleva sapere chi aveva lasciato entrare Rungner nell' Ásgárd e farlo servire da Freya come conviene solo agli dèi. Il gigante rivendicò che era lì su invito di Odino, Thor giurò che si sarebbe pentito di aver accettato. Una parola tira l'altra. Alla fine, Thor e Rungner decisero di combattere al confine tra l'Ásgárd e la Casa del gigante, e Rungner andò subito a casa ad armarsi per il combattimento.

Tutto il mondo dei giganti fu messo in allarme per l'imminente battaglia, perché essi temevano conseguenze disastrose, non importa chi ne fosse uscito vincitore. Così crearono un gigante di fango alto nove cubiti che chiamarono Mockerkalfe. Comunque, non riuscirono a trovare un cuore largo abbastanza da animare quella scultura, così gli diedero il cuore di una giumenta. "Ma," dice il racconto nell'Edda di Snorri, "il cuore di Rungner è, naturalmente, di pietra e ha tre angoli." La sua testa è ugualmente di pietra ed egli ha una un'ascia di pietra e uno scudo di pietra.

Accompagnato da Mockerkalfe (detto anche Leirbrimer — acqua fangosa), Rungner attese che arrivasse Thor ma, vedendo l'Áse avvicinarsi, il gigante di fango ebbe una crisi di panico, tanto che "perdette la sua acqua." Il compagno di Thor, Tjalfe, corse immediatamente da Rungner e gli disse: "Tu sei pazzo a tenere il tuo scudo davanti a te. Thor ti ha visto e attaccherà dal basso." Così Rungner si mise sul suo scudo brandendo l'ascia con entrambe le mani. Tra lampi di fiamme e forti tuoni Thor venne verso di lui. Proprio nello stesso istante Thor scagliò il suo martello e Rungner la sua ascia, così le armi si scontrarono a mezz'aria e l'ascia cadde a pezzi; una metà si sparpagliò sulla terra, diventando magnetite; l'altra metà colpì Thor alla testa, per cui egli cadde al suolo. Ma il martello di Thor schiacciò il cranio di Rungner e, appena il gigante cadde giù, il suo piede trapassò la gola di Thor.

Tijalfe, nel frattempo, aveva facilmente battuto il gigante di fango e ora tentava di sollevare il piede di Rungner dalla gola di Thor ma non riusciva a smuoverlo. Tutti gli Aesir vennero in aiuto ma nemmeno loro riuscirono a sollevare il piede. A questo punto arrivò Magne, il figlio di tre anni di Thor. Sua madre era la gigantessa Järnsaxa (cesoie di ferro). Magne scosse leggermente il piede del gigante, scusandosi di essere giunto in ritardo, ma Thor, orgoglioso di suo figlio, "non lo rimproverò del ritardo." Comunque, un pezzo dell'ascia di pietra rimaneva ancora incastonato nella testa di Thor. La vala Groa (crescita) tentò di rimuoverlo con incantesimi magici; ma appena Thor sentì che il pezzo di pietra stava per essere rimosso volle premiarla raccontandole il suo salvataggio del primo gigante Örvandel (Orione) che egli aveva trasportato in una cesta attraverso le onde ghiacciate. Un dito, che era rimasto fuori dalla cesta, si era congelato, per cui Thor lo spezzò e lo lanciò verso il cielo, dove ancora oggi dove possiamo vederlo splendere. Lo chiamiamo Sirio. Groa fu così affascinata dal racconto, comunque, che dimenticò tutti i suoi incantesimi e l'ascia di pietra rimane ancora oggi incastonata nel cranio di Thor.

Come molti racconti dell'Edda Minore, questo contiene vaghe idee di pensiero che possiamo interpretare in parte, anche se il racconto probabilmente ha subito dei cambiamenti in base allo spirito e al carattere dei Vichinghi. L'eroe di tre anni e l'età del ferro in cui egli nacque hanno di sicuro un significato, come pure l'allusione a Sirio. A grandi linee, il gigante di fango ha dei paralleli in molte tradizioni, come ad esempio l'Adamo di polvere nel Genesi 2:7. Indubbiamente l'umanità passò milioni di anni per evolvere una forma che poteva sopravvivere come un tipo di essere pensante e responsabile. Né il risveglio della facoltà mentale avvenne improvvisamente, perché dev'essere stato uno sviluppo molto graduale. La tradizione teosofica assegna il risveglio della mente a parecchi milioni di anni fa. Secondo le Stanze di Dzyan, i Figli della Mente (mānasaputra), che risvegliarono la facoltà del pensiero nella razza umana, erano incapaci d'incorporarsi nelle primitive forme degli umani, o anche, in seguito, nella prima parte della terza umanità. Questi dissero: sono "veicoli non adatti a noi." Le curiose piccole "teste di fango" trovate nella campagna messicana potrebbero anche rappresentare quella fase del nostro sviluppo. Solo gradualmente, quando i veicoli furono pronti, gli umani della terza "razza radice" furono capaci di ricevere lo stimolo della mente da coloro che, in un precedente ciclo del mondo, erano progrediti dalla fase umana evolutiva. L'attuale razza umana, se riuscirà a completare la sua evoluzione come anime sapienti, sarà a tempo debito illuminata e ispirerà quelli che ora sono "i nani al seguito di Dvalin" — in qualche eone del remoto futuro o su una nuova terra rinata, che succederà al globo che ora stiamo aiutando a costituirsi.


Capitolo 7

Rig, Loki, e la Mente

Uno degli eventi più ispiranti in ogni mitologia e scrittura, sia pure in modi diversi, è quello che l'Edda chiama la venuta di Rig. Rig è un raggio, una personificazione di Heimdal, l'essenza solare che discende per unirsi con l'umanità ancora incompleta, svegliando all'attività la mente dei futuri umani non pensanti e semicoscienti, che al momento giusto sarebbero diventati come siamo noi oggi.

Nel Discorso di Rig,[23] il primo tentativo di creare un'umanità diede vita a una razza di "schiavi," un tipo umano bruto e primitivo, generato dai "trisnonni" in un miserabile tugurio la cui porta era chiusa all'entrata del dio. Un secondo sforzo fu più promettente: qui la porta del casolare era socchiusa, e il dio lasciò ai "nonni" che vivevano lì i suoi figli, che sarebbero diventati un popolo rispettabile e meritevole, che diedero vita a una simile razza. Al terzo tentativo, i "genitori," che dimoravano in un palazzo, diedero il benvenuto al dio con la porta completamente spalancata. Questa volta la semina divina portò alla nascita di una nobile razza, i cui discendenti divennero per diritto una stirpe regale.

È un racconto notevole e la simbologia è singolarmente trasparente. Ciascuna razza di umani semidivini si riferisce, se si applicano le chiavi teosofiche, a immensi periodi di tempo. Naturalmente queste "razze" hanno una portata del tutto diversa da quelle che oggi chiamiamo razze: gruppi etnici che abitano insieme la terra. Questi, come sappiamo, variano di poco, soprattutto nel colore della pelle. Sono tutti una sola umanità. Per contrasto, i regni "nani" si estendono con impressionanti differenze tra loro: ad esempio, l'oro e il granito, entrambi minerali, hanno soltanto una leggera somiglianza reciproca; il cedro dell'Himalaya e il tarassaco appartengono entrambi al regno vegetale, mentre le falene e i mammut condividono il regno animale. Solo gli esseri umani sono uniformemente dotati di forme e sensi quasi identici. Le nostre differenze sono più pronunciate nell'ambito delle idee e dei sentimenti, talenti e opinioni.

Non conosciamo il tempo trascorso da quando gli dèi fecero il primo tentativo di risvegliare la nostra intelligenza fino a quando tutto il fiume umano la ottenne, ma possiamo ipotizzare una valutazione in milioni di anni. I miti inseriscono inevitabilmente le loro informazioni in un periodo più breve possibile. Il Genesi biblico, ad esempio, racconta la saga del risveglio della mente umana dicendo che "i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle; e presero in moglie tutte quelle che scelsero …. In quel tempo sulla terra c'erano i giganti, e anche in seguito, quando i figli di Dio si congiunsero con le figlie degli uomini, ed esse diedero loro dei figli, questi ultimi diventarono uomini potenti, famosi nell'antichità. (Genesi: 6: 2, 4) C'è anche un'altra versione dell'evento, quando il serpente dell'Eden spinge Eva a mangiare il frutto dell'Albero della Conoscenza del bene e del male. Anche lui è il risvegliatore: Lucifero, l'angelo più luminoso e bello, il portatore di luce che sfida gli elohim (dèi). Nei miti greci il risvegliatore è Prometeo e in quelli norreni è Loki. Sono entrambi titani, giganti, che hanno sviluppato la divinità attraverso l'evoluzione. Avendo essi stessi sorpassato lo stadio umano, portano all'umanità il fuoco divino dai regni degli dèi. Il nome Loki è relativo a liechan o lihuhan (illuminare), al Latino luc-, lux, al vecchio Inglese lēoht (luce), e al Greco leukos (bianco).

Il risveglio della facoltà della ragione, il potere dell'auto-conoscenza e del discernimento, fu l'evento cruciale nell'evoluzione dell'umanità. Portò il nostro fiume umano di vita al punto in cui potevano essere fatte scelte deliberate, in cui il ragionamento soppiantava l'istinto, e in cui la conoscenza del bene e del male sarà un fattore decisivo nell'ulteriore sviluppo della specie. I regni privi di pensiero sono guidati dal controllo incorporato dell'istinto, che permette solo una libertà limitata, ma una volta che la mente diventa attiva, consapevole di sé come un essere separato, entra in gioco una corrispondente responsabilità, e colui che agisce è imputabile di ogni cosa che fa, sente, e delle sue risposte agli stimoli dell'universo circostante. Da quel momento in poi, il dio potenziale non può tornare indietro. Ogni momento comporta una scelta, e ogni scelta produce un flusso infinito di conseguenze, ciascuna derivante da quella precedente. Attraverso molte scelte sbagliate, Loki, in vari racconti, è diventato il creatore di dispetti, l'istigatore di errori, perché rappresenta troppo spesso il cervello inferiore, raziocinante, senza spirito — l'ispirazione. Comunque, egli è il compagno assiduo degli dèi, e serve da intermediario nelle loro trattative con i giganti. Forse la sua natura dispettosa è stata stata enfatizzata piuttosto esageratamente perché richiama l’impertinente temperamento dei Vichinghi. È bene ricordare anche che, mentre egli è spesso la causa di difficoltà nell'Ásgárd, è anche l'agente che risolve i problemi che sorgono dal suo comportamento.

Così agisce la mente dell'uomo: ci causa difficoltà senza fine quando agiamo di testa nostra; quando invece accettiamo la guida di Brage, il saggio bardo che rappresenta l'ispirazione poetica, essa alla fine le risolve.


Capitolo 8

La Morte e la Rinascita Umana

La sopravvivenza dopo la morte del corpo era data per garantita dai veggenti norreni, e le avventure della coscienza continuano ininterrottamente dopo la morte. Quando un corpo umano muore, l'occupante inizia un viaggio attraverso il regno di Hel, la regina dei morti, descritta come mezza blu, cioè mezza morta e tuttavia mezza viva, ed è la sorella di Loki — la mente. Quest'interessante raffigurazione si trova in molte mitologie, e implica che la morte è venuta in esistenza dopo il risveglio dell'intelligenza, cosicché l'uso di questa facoltà e del libero arbitrio che l'accompagna è universalmente connesso con l'introduzione della morte e della opportunità che essa offre all'anima di valutare a approfittare dell'esperienza fatta in vita, come pure a dare riposo e recupero.

Quando un essere umano muore, prima di intraprendere il viaggio attraverso il dominio di Hel, l'anima è equipaggiata di calzature rigorosamente secondo il suo carattere: una persona buona e gentile è fornita di scarpe robuste mentre quella grossolana e legata alla terra è scarsamente munita di scarpe o è scalza in mezzo a rocce e rovi che deve attraversare per raggiungere la fonte di Urd dove sarà deciso il suo destino futuro. Urd, come abbiamo visto, è l'origine — le cause create in passato. Lei irriga l'albero individuale della vita come pure l'Yggdrasil cosmico: il passato determina tutta la condizione futura di un individuo, nella morte come nelle vite future.

Alla sorgente di Urd l'anima è giudicata da Odino, il suo Sé interiore, il "padre degli dèi" come pure il suo "padre nel cielo." Ma, sebbene Odino si pronunci, egli fa così secondo il suggerimento di Urd — il passato dell'anima determina il giudizio del suo dio interiore e il suo collocamento nei molti livelli del regno Hel. Seguendo il giudizio, l'anima cerca il proprio habitat e trova il posto adatto a lei in virtù dell'affinità tra le varie regioni infinite dei morti. Può gioire di prati illuminati dal sole, rivestiti da fiori, se questo è in armonia con le sue inclinazioni naturali; un'altra, essendo di cattiva indole, può essere confinata in una gabbia imbevuta di veleno sotto le porte degli inferi che portano ai mondi inferiori. L'Edda non specifica la durata di questi stati dopo la morte, ma se possiamo ragionare secondo la logica come pure secondo fonti mitologiche greche, tibetane, ed altre, è sufficiente presumere che ogni individuo rimane nel suo mondo di sogni immaginati finché la sua attrazione si è esaurita. Un'altra descrizione dello stato dopo la morte è data nella Disputa di Loki, dove gli elfi presenziano al banchetto degli dèi, ma sonnolenti e inconsapevoli di quanto li circonda.

Al momento giusto, il creatore di Áse è pronto a riprendere il suo viaggio attraverso la vita sulla terra. Visita di nuovo la fonte di Urd, che ora ha il compito di selezionare una madre per la sua nuova nascita. Una volta ancora, vediamo che il passato determina il futuro in un'inevitabile sequenza di causa ed effetto. Abbiamo visto che Bärgälmer, il risultato finale di un cosmo o di qualsiasi mondo, fu macinato e salvato per essere riutilizzato nella successiva manifestazione come Örgälmer. La stessa legge può essere applicata analogicamente alla vita umana, che è un universo su scala ridotta. Proprio come i semi sparsi a primavera, dopo molti giorni e notti, daranno il loro frutto dove sono stati sparsi, così i semi del pensiero e dell'azione devono produrre il loro raccolto di bene o male nel campo in cui ebbero origine, anche dopo molte morti e nascite.

Il solo vero inferno nell'Edda è Niflhel, la sfera della materia assoluta dove il materiale per nuovi mondi è formato dalle scorie precedenti, dopo essere state macinate nel mulino, amalgamate, ridotte senza forma. È il calderone di Sinmara che, come il calderone della Ceridwen[24] gallese, contiene la materia-madre. Sembrerebbe che solo un'anima così completamente depravata da non avere idromele da offrire al suo dio interiore possa conoscere lo spaventoso fato di un'estinzione totale; avendo allineato tutto il suo essere con il lato-del gigante della sua natura, ha perduto ogni traccia di spiritualità e il suo hamingja non può più nutrire e ispirare il suo ritorno alle sfere divine che sono la sua casa. Una tale anima, essendo passata irrimediabilmente attraverso e sotto la casa di Hel con le sue numerose sale tutte sontuose e lugubri, non avendo nessuna crescita dello spirito eterno, discende nel Niflhel dell'estinzione assoluta. Tutti gli altri visitano la fonte di Urd, che sceglie la sorte futura della vita: le condizioni più appropriate e utili a una successiva crescita dell'anima. Le circostanze così scelte non sempre possono essere di nostro gradimento, perché non abbiamo la saggezza del nostro hamingja divino per vedere i bisogni precisi dell'anima. Potrebbe essere che a qualcuno una vita felice porterà tante simpatie e maggiore consapevolezza, ma molto spesso dalla sofferenza nasce più effettivamente la conoscenza dei bisogni altrui e la saggezza per trasmetterla in modo efficace, maturando l'anima e rendendola capace di unirsi all'universale nella compassione divina. La giusta e idonea scelta dalla fonte del passato non sarà mai fatta.

L'Edda, come gli altri classici tradizionali, dà per garantito il reincorporamento della coscienza a tutti i livelli e la giustizia assoluta della legge naturale. Vi è un commento cristiano aggiunto alla fine del Secondo Discorso di Helge Hundingsbane:

Nei primi tempi si credeva che le persone rinascessero dopo la morte; ma oggi questa è chiamata solo una vecchia leggenda. Si dice che Helge e Sigrun siano rinati; allora egli era chiamato Helge Haddingskate e lei Kåra Halfdansdotter, com'è narrato nei Discorsi del Corvo; e lei era una Valchiria.

Vale la pena osservare che nei reperti più antichi di qualsiasi mitologia si trova la parte più grande della teosofia universale e i concetti più elevati. Sembra che nel passare dei millenni non si sia fatto che distorcere le versioni pure della preistoria; per cercare le idee primitive spesso dobbiamo brancolare attraverso cortine di pregiudizi ignoranti e inibitori che sono stati interposti nel trascorrere dei secoli e che effettivamente nascondono i gioielli del pensiero contenuto.


Capitolo 9

Iniziazione

Ogni essere umano esprime a un certo livello la coscienza divina che anima tutte le forme di vita — Odino, il Padre di Tutto, sorgente di tutti gli dèi — e noi percepiamo il nostro legame spirituale con una vita più grande, il nostro hamingja individuale. Mentalmente, facciamo intrinsecamente parte dell'intelligenza che informa e riempie il sistema solare, personificato dal principio Freya; emotivamente attiriamo le energie stimolanti di Idun e del mondo circostante. La nostra corazza esterna, il corpo fisico, è forgiata dal materiale che è disponibile nella sfera in cui c'incorporiamo, sebbene sia modellata sui tipi che noi stessi abbiamo plasmato nel nostro lungo passato con innumerevoli scelte e decisioni.

Mentre tutti i regni della natura includono gli stessi ingredienti, il grado in cui essi manifestano le varie qualità dipende dallo stadio in cui si sono sviluppati. Noi che costituiamo il fiume umano di vite, pur possedendo tutte le facoltà che abbiamo messo in gioco nel nostro passaggio attraverso i regni del nano, esibiamo anche le caratteristiche umane peculiari dell'autocoscienza e del fuoco intellettuale e, nei nostri momenti d'ispirazione, abbiamo una vaga idea della consapevolezza spirituale che nei futuri eoni sarà nostra. Così, essendo umani, intelligenti fino a un certo grado, siamo capaci di proseguire la nostra evoluzione verso la divinità con conoscenza e intento, accelerando così la nostra crescita per ottenere il destino più grande che ci attende al prossimo gradino della scala della vita cosciente.

Nelle scritture mitologiche, nelle fiabe, leggende e tradizioni popolari, sicuramente non ci sono racconti più stimolanti di quelli che narrano degli eroi che ci hanno preceduti nel pellegrinaggio che stiamo facendo attraverso le sfere della vita, anime nobili che hanno ottenuto una prospettiva più ampia, una verità più grande, una visione più illuminata di quella che oggi possediamo — i Buddha, i Bodhisattva, gli Avatāra, i "falchi dell'Uno" (i guerrieri di Odino) — che "si sono impadroniti del regno dei cieli con la violenza," che invece di andare alla deriva nella corrente di una tortuosa e lenta crescita, hanno raggiunto la meta dell'evoluzione umana, in cui "la goccia di rugiada scivola nel mare splendente," per dirla con un'ispirata frase di Sir Edwin Arnold.

Tutte le mitologie contengono alcuni racconti delle lotte di un eroe, le sue tribolazioni, e del fallimento o del successo nel superare gli ostacoli — un'eco del proprio passato — per riunirsi al suo sé divino. In Occidente, la storia più nota dell'iniziazione è quella narrata nei Vangeli cristiani, che contengono molti simboli riconosciuti annessi a un simile evento. Un altro popolare racconto misterico è la Bhagavad-Gītā, in cui l'anima umana riceve l'ammonimento del Sé divino a sconfiggere le tendenze familiari e spesso appassionate dell'ego umano, che devono essere vinte. Anche l'Edda contiene racconti simili, e uno dei più rilevanti è la bella allegoria di Svipdag.[25]

Queste leggende sono lezioni pratiche per chi desidera seriamente alleggerire il fardello delle sofferenze che affliggono la razza umana. Chi intraprende il rigoroso allenamento autogestito dell'evoluzione accelerata deve necessariamente aiutare il progresso dell'insieme e, con l'esempio e l'incoraggiamento, provocare una reazione a catena della crescita spirituale. Quindi, chi desidera ardentemente aiutare i propri simili evita la serie di errori senza fine e di sofferenze a cui è soggetta l'umanità, incamminandosi su un sentiero dove allenare tutta la sua natura, in modo da poter aiutare e incoraggiare l'evoluzione del tutto.

Coloro che completano con successo questo percorso, il più impegnativo di tutte le avventure umane, una volta riconosciuti, sono riveriti universalmente come salvatori e redentori, perché sono i "perfetti" che non hanno più niente da imparare nella scuola della vita, tuttavia ritornano per aiutare e istruire quelli che restano indietro a loro sulla scala evolutiva. Le saghe che raccontano le prove degli iniziandi sono le più popolari e le più conosciute di tutte le storie e leggende, anche nella letteratura esoterica, sebbene raramente siano riconosciute come tali. In queste storie avventurose l'eroe deve prima diventare egli stesso completamente senza paura; deve estorcere al "drago" di saggezza i segreti del "canto degli uccelli": significa che egli deve conoscere direttamente la struttura e le funzioni dell'universo; deve avere la volontà di sacrificare tutte le ambizioni personali, persino il successo della propria anima, all'interesse onnicomprensivo per il bene dell'insieme. Chi riesce a ottenere quest'universalità altruistica diventa un collaboratore del mondo del quale fa parte.

La favoleggiata casa degli eletti dell'Edda, dove gli eroi vanno dopo essere stati uccisi in battaglia, è il Valhalla (val, scelta o morte + hall, sala). Reso popolare soprattutto dalle opere di Wagner, il Valhalla è una delle allegorie norrene più conosciute eppure meno comprese. È diventato altezzosamente una rumorosa parodia del cielo dove vanno a fare baldoria i rissosi Vichinghi. Portati dalle Valchirie in questo reame del dio guerriero Odino, ogni notte si deliziano con carne di maiale e idromele, e ogni mattina ritornano a combattere solo per essere uccisi di nuovo. Il Valhalla è protetto da molte barriere: è circondato da un fossato, Tund, dove un licantropo, Tjodvitner, pesca per gli uomini. La sua porta è assicurata dalla magia, e sulla porta del palazzo è appeso un lupo trafitto, sormontato da un'aquila che gronda sangue. Ed è anche sorvegliata da due cani lupo di Odino. Per capire il significato di tutto ciò dobbiamo definire i termini usati.

Ciascuna delle barriere intorno alla Sala degli Eletti simbolizza alcune delle debolezze che devono essere conquistate. Il guerriero che vuole attraversare il fiume del tempo (Tund) e il fiume del dubbio (Ifing) deve mantenere un proposito risoluto e un'autonomia personale se non è stato ancora sommerso dalla turbolenti correnti dell'esistenza temporale. Deve evitare le brame bestiali della sua natura animale (gli allettamenti di Tjodvitner) se vuole raggiungere l'altra sponda. Il Buddhismo, ad esempio, parla di quattro stadi d'avanzamento, cominciando da quelli che sono entrati nel fiume, e terminando con quelli che hanno raggiunto con successo l'altra riva. Si dice che tutta la natura esulti quando un aspirante raggiunge la sua meta.

In seguito, il candidato che cerca il Valhalla deve sconfiggere i cani Gere (avidità) e Freke (ingordigia): deve evitare il desiderio, anche il desiderio della saggezza che sta cercando, se vuole ottenerla. Per trovare il segreto della porta magica deve avere una forte ispirazione, purezza d'intento e una determinazione inflessibile. Il lupo e l'aquila devono essere vinti e trafitti sull'entrata della sala per stare in guardia contro la loro intrusione. Questo significa conquistare la natura bestiale (il lupo) e l'orgoglio (l'aquila) — cercando da sé in qualsiasi modo chi, come il Prometeo dei greci, sorge in forme sempre nuove per sfidare colui che si avvicina al regno degli dèi. Tutte le armi d'offesa e di difesa devono essere abbandonate e trasformate nei materiali costruttivi che formano il sacro tempio. Le mura del Valhalla sono costruite dalle lance dei guerrieri, il tetto è fatto con i loro scudi. Nella sala anche l'armatura protettiva è gettata via: "le panche sono cosparse di corazze" (Grimnismál 9).

La resa delle armi è la caratteristica della tradizione misterica. Il candidato all'universalità non può, proprio per la natura di questa ricerca, considerarsi separato dall'insieme; quindi, egli non può usare mezzi divisori di alcun tipo, nel pensiero, nella parola o nell'azione. Le prime a essere eliminate sono le armi d'offesa, perché dev'essere coltivata l'innocuità. Da quel momento in poi, tutti i mezzi di difesa sono aboliti, e alla fine anche tutta la protezione personale di qualsiasi tipo. Il falco dell'Uno ha fatto un passo avanti, oltre il concetto di separatività. Il suo lavoro non è nell'immediato ma nell'eternità. Egli non è più limitato da un sé ma si espande universalmente; l'anima dell'eroe si è disfatta di ogni preoccupazione personale, ponendo una completa fiducia nella legge divina al cui servizio si pone incondizionatamente.

Se questi miti abbiano avuto origine tra i Vichinghi che, secondo uno dei loro codici, dormivano anche sui loro scudi con la spada in pugno, sembrerebbe fuori luogo. Piuttosto, conferma la teoria che i miti norreni sono antecedenti a questi guerrieri e derivano dalla stessa sorgente arcaica come altre tradizioni primitive, perché è evidente che nel fascino poetico dell'Edda vi sia qualcosa di più che soddisfare l'occhio, anche quando è nascosto nei suoi aneddoti licenziosi.

Il piano della battaglia dove i guerrieri combattono ogni giorno è chiamato Vigridsslätten, che possiamo tradurre come "il piano della consacrazione." È una reminiscenza del dharmakṣetra — il campo del dharma (dovere, giustizia) — della Bhagavad-Gītā dove avviene la battaglia tra le forze della luce e delle tenebre nella natura umana. In quel classico, molti dei suoi antagonisti sono amici e parenti stretti dell'eroe, che deve combattere, e significa che le tendenze caratteriali e le abitudini alle quali egli si è affezionato sono quindi difficili da superare. In entrambe le allegorie il campo della battaglia è l'uomo stesso, in cui sono disposte in file avversarie tutte le qualità umane, che sono il riflesso delle proprietà della natura più grande. Il conflitto quotidiano influenza profondamente il corso evolutivo di tutti gli esseri. Di volta in volta, un falco dell'Uno attraversa il mondo degli uomini per raggiungere i ranghi degli dèi; questi rari precursori che ottengono l'accesso alla "dimora splendente" uniscono le loro forze allo scopo della natura divina. Le Valchirie, i nostri più profondi sé che ispirano, cercano incessantemente il campo della consacrazione per reclutare i meritevoli che scelgono di aiutare gli dèi nelle loro opere infinite verso il completamento del ciclo, quando l'umanità, nel suo insieme, parteciperà alla sua eredità e alla sua responsabilità divina.

"La Sala dell'Eletto risplende d'oro nella Casa della Gioia," secondo il Grimmsismál (8). Qui Odino ogni giorno incorona gli eroi dopo la battaglia. Qui i falchi dell'Uno si deliziano con birra o idromele e sono nutriti dai tre cinghiali dell'aria, acqua e fuoco, che simbolizzano i differenti aspetti della terra, poiché sono l'essenza della loro esperienza durante la vita umana su questo pianeta. I cinghiali che nutrono i falchi dell'Uno rappresentano anche i poteri creativi, l'aspetto energizzante degli elementi della natura. Il verso 18 del Grimnismál, se sostituiamo i corrispondenti tre cinghiali con queste parole, va letto così: "Lo spirito lascia che la mente s'immerga nella volontà e nel desiderio." Così il sé superiore o spirito dell'uomo lascia che l'ego umano sia messo alla prova nei fuochi dell'anima per testimoniare la sua integrità. Se ha successo, l'uomo porta alla nascita il suo dio interiore, il mortale si guadagna la sua immortalità, unendosi alla divinità dimorante in lui.

Odino, il Padre di Tutto, è l'essenza della coscienza creatrice dell'universo a tutti i livelli d'esistenza. Il nome è una forma di Odr, l'intelligenza universale (equivalente al Greco nous e al Sanscrito mahat), della quale l'anima spirituale dell'uomo è figlia. Odraeir, il mistico dispensatore di Odr, è uno dei santi vascelli che contengono il "sangue di Kvasir" — la saggezza divina (in Greco theos-sophia). Kvasir era un "ostaggio" o avatāra inviato dai "saggi Vaner" agli Aesir. Questo è un accenno illuminante che indica la discesa dell'ispirazione divina dai sublimi poteri cosmici nel mondo inferiore di dio, che è di gran lunga superiore al nostro. Potremmo dedurne che l'incessante modello evolutivo in cui Odino, il Padre di Tutto per il nostro mondo e la radice divina di ogni essere vivente nella nostra sfera, si è elevato da una condizione minore precedente ed ora sta progredendo verso stadi superiori, aiutato dall'ispirazione di divinità ancora più alte.

Mentre in senso generale il Padre di Tutto è implicito nell'intera manifestazione, Odino ha il suo dominio come spirito planetario: suo è il ripiano chiamato Casa della Gioia, dov'è localizzato il Valhalla, la Sala dell'Eletto. Sebbene Val significhi scelta, significa pure morte quando è applicato ai guerrieri di Odino, i "falchi dell'Uno." Riferito al Greco koiranos, "comandante," il falco dell'Uno è uno che saccheggia, comanda, o controlla, uno — se stesso. Inoltre, ognuno è destinato a morire come ego personale per ottenere la trascendenza della coscienza nel regno impersonale e universale degli dèi. Per dirla in altre parole, egli deve sottomettere il sé umano inferiore e unirsi allo scopo cosmico della vita. Questo è un processo continuo — di crescita, da cui deriva il cambiamento, essendo ogni cambiamento una "morte," una trasformazione da uno stato all'altro, di solito da una condizione meno perfetta a una condizione più perfetta. Le "incoronatrici" dell'eletto (Valchirie) che portano gli eroi nella sacra sala di Odino sono strettamente riferite all'hamingja o angelo custode, l'anima spirituale, il protettore e il custode di ogni essere umano.

Quando il Padre di Tutto accoglie i suoi eroi nel Valhalla, è chiamato Ropt, il "diffamato," e nel Poema del Cadavere di Odino, egli è Nikar, il "dispensatore" della sfortuna. Questi misteriosi accenni diventano più chiari se riconosciamo che Odino è l'iniziatore che, per quanto istruisca e ispiri, deve assoggettare l'ego umano ai fuochi contendenti della propria anima complessa, e non può, non potrebbe influenzare l'esito della prova. Quindi, solo l'iniziato coronato dal successo conosce la vera natura di Odino, lo ierofante, e lo riconosce come Ropt, colui che porta le difficoltà.

Il Valhalla presenta anche un altro aspetto che lo collega alle scritture orientali della remota antichità: Odino, nel Grimnismál dice al suo discepolo che nel Valhalla ci sono "cinquecento porte e quaranta ancora"; e che ottocento guerrieri sorgono da ciascuna porta quando Odino va in guerra con il lupo. Inoltre, ci è detto che vi sono cinquecento e quaranta sale in più nel Bilskirner al completo (splendente in alto), la più estesa delle quali è "di mio figlio" — la divinità del sole. Moltiplicando 540 x 800 abbiamo 432.000 guerrieri e lo stesso numero di sale. Sia nelle cronologie babilonesi che indiane, questa cifra è presente in molti modi. Il suo multiplo definisce cicli astronomici precisi, mentre, diviso da vari numeri, è applicato agli eventi terrestri di maggior frequenza, anche fino al battito del cuore umano, in genere valutato di 72 battiti al minuto. È la stessa durata in anni umani assegnata all'Età del Ferro, in Sanscrito il kali yuga, quando le forze delle tenebre lanciano la massima sfida. Curiosamente, questo dovrebbe essere il numero assegnato ai campioni di Odino, e di certo accenna fortemente a qualche comune sorgente dalla quale sono derivate queste tradizioni ampiamente separate, e a qualche significato nascosto, per cui questa cifra è spesso presente.

È significativo che di tutti i racconti norreni, le battaglie dell'Eletto abbiano goduto della più grande popolarità: pur essendo ignaro del significato nascosto, questo soggetto ha un richiamo che non possiamo negare. Sul piano della battaglia, o della consacrazione, tutti noi incontriamo ogni giorno temibili nemici: la debolezza del carattere e le abitudini che abbiamo acquisito, i lati deboli familiari ai quali siamo attaccati — quelli che la Gitā chiama i nostri amici, parenti e insegnanti.

Per la razza umana l'evoluzione può essere definita come una consapevolezza in via di sviluppo, una crescente comprensione della vita. Questa non è semplice conoscenza dei fatti e dei rapporti, né è una comprensione di noi stessi e degli altri; implica una vera realizzazione diretta e una scoperta personale dell'unità degli esseri. Con essa sopraggiunge un'auto-identificazione con tutto, meglio espressa nelle parole "Io non sono il guardiano di mio fratello, io sono mio fratello." Il sé è il non-sé. Nella transizione da una ristretta interiorità dell'ego a un'auto-trascendenza che include ogni cosa, l'anima umana arriva naturalmente a identificarsi con tutto ciò che è. La battaglia intrapresa dagli eroi di Ygg, che fa guadagnare loro l'entrata nel Valhalla, è l'esercizio costante della volontà, il saldo controllo di ogni pensiero e impulso, l'altruismo totale in ogni momento, in tutte le situazioni. L'ingiunzione "vivere per arrecare beneficio all'umanità è il primo passo,"[26] è tacitamente confermata nell'epica dei Norreni, come risulta evidente nel Canto di Svipdag, dove l'eroe, unitamente al suo hamingja — la Freya dei suoi sogni — ritorna per completare "le opere degli anni e delle ere." L'alleato degli dèi cerca non solo di compiere il bene quando si presenta l'opportunità ma di esistere attraverso lo scopo supremo della benevolenza, continuamente citata come la caratteristica delle divinità, "le potenze benefiche." I falchi dell'Uno sono, di fatto, morti ai loro desideri personali e sono "nati vergini," prendendo in prestito una metafora da altri miti, in una sollecitudine universale che li rende capaci di assumere i loro posti naturali in quella che la letteratura teosofica chiama la Gerarchia della Compassione. Gli eroi di Odino non riposano sugli allori ma continuano a giocare una parte vitale nell'eterna lotta della vita come alleati degli dèi.

Le scritture tradizionali alludono al fatto che, fin da quando le divinità discesero tra gli uomini e insegnarono alle prime razze, c'è stata una successione ininterrotta di istruttori spirituali, intermediari tra gli dèi e gli umani, la cui missione è di ispirare e aiutare la razza umana nella sua evoluzione verso la perfezione. Questi adepti nell'arte del vivere sono i falchi dell'Uno. Un raggio divino può incorporarsi nell'umanità di volta in volta come uno di quegli uomini o donne superiori che hanno scelto la via solitaria per fondere il loro sé umano con l'essenza divina nel cuore dell'essere. Anche tra i più elevati messaggeri degli dèi, gli "ostaggi" discendono tra i loro fratelli più giovani come raggi avatarici. Skirner[27] rappresenta un simile "ostaggio" per la sfera umana.

Molti sono i racconti legati a questo soggetto, racconti che narrano come l'anima evolvente cerchi il suo sé spirituale, la Bellezza Addormentata, o la Bellezza sulla Montagna di Vetro, accessibile soltanto all'eroe valoroso, puro, e completamente altruista. Egli solo può trarre dal suo fodero o dalla sua incudine, o dalla roccia, o dall'albero, la spada mistica della volontà spirituale lì collocata da un dio. Con quest'arma magica egli conquista il drago, o il serpente (dell'egoismo) e ottiene la conoscenza interiore, dopo di che comprende il linguaggio degli uccelli e tutte le voci della natura. Deve vincere ogni debolezza, ogni tentazione, superare ogni paura, essere capace, una volta che è montato sul destriero della sua obbediente natura animale, di avanzare sul fiume ardente che separa il mondo degli uomini da quello degli dèi. Lì egli si unisce al suo hamingja divino. Il dio potenziale è diventato un dio.

Tra l'altro, i racconti dove il cavaliere uccide un drago che sputa fuoco, salvando una bella fanciulla e salvando il regno, potrebbe non essere soltanto una semplice allegoria senza alcuna base nella realtà fisica. Prevalgono così universalmente, che non possiamo respingerli con leggerezza. Mentre è certo che questi racconti simbolici raffigurano l'eroe che vince la sua natura inferiore e realizza il più profondo desiderio del proprio cuore, è anche possibile che possano sovrapporsi a una struttura storica, che sembra essere una pratica comune dei miti. Possiamo speculare sulla possibilità che le primitive razze umane della nostra ronda di vita condividevano la terra con almeno qualcuno dei giganteschi sauri, sia alati, acquatici, o di terraferma, prima che questi ultimi si estinguessero. Chi sa quanti avanzi isolati di specie una volta abbondanti sopravvissero abbastanza a lungo da interagire con le prime umanità! Qualsiasi lotta abbia avuto luogo contro queste specie, potrebbe aver dato vita a leggende che sono durate a lungo dopo che gli eventi stessi erano stati dimenticati. Se i serpenti marini sono qualificati come i mitologici "draghi," non abbiamo bisogno di andare troppo indietro per trovarne le tracce; ancora oggi sentiamo parlare di questi "mostri" individuati a Loch Ness e altrove. Si dice che i mitologici draghi scandinavi emettessero un potentissimo e nauseante odore che sconfiggeva qualsiasi possibile uccisore di draghi. In verità, è scoraggiante pensare di affrontare qualche gigantesco coccodrillo con l'alito cattivo. Ma questo è incidentale.

Il richiamo universale dei miti nasce da un anelito assopito che abbiamo tutti noi di compiere azioni valorose e temerarie. Vivendo quelle ci possono sembrare vite banali, abbiamo un desiderio profondamente radicato di ottenere la conquista implicita nelle saghe, la vittoria interiore del sé universale sul sé personale. La meta dell'evoluzione umana alla fine dev'essere raggiunta, con o senza il nostro sforzo risoluto. Possiamo andare alla deriva in un lento avvicendarsi immotivato di errori senza fine e continuare a soffrire per gli inevitabili risultati della nostra stoltezza. Possiamo anche opporre attivamente una benefica direzione della natura, e con un'intensa auto-centralità ridurre la nostra sfera d'interessi a un punto matematico e quindi a una definitiva estinzione. Una terza alternativa è quella scelta dagli eroi che decidono di perseguire i propositi degli dèi. Quale che sia il percorso intrapreso, la volontà porta inevitabilmente al momento in cui dev'essere fatta una scelta: sia l'esistenza cosciente come dèi o la dissoluzione nelle acque dello spazio come un inerte e materiale gigante di brina che è macinato nel mulino dell'estinzione. Skirner che cerca di conquistare la gigantessa Gerd a nome del dio Frey implica che egli minaccia Gerd con Rimgrimner, il Mimer ghiacciato (l'aspetto del gigante di brina), la base ultima della materia di tutti gli universi. Ciò significherebbe una completa separazione dal divino potere energizzante degli dèi. Gerd apparentemente è una razza del tipo umano alla quale è data la possibilità di decidere tra immortalità e annientamento.

Per tutti viene il momento in cui le esortazioni sussurrate dalla divinità sono percepite nel silenzio dell'anima. Quelli che rispondono all'appello di servire gli dèi e aiutare ad alleviare le future sofferenze dell'umanità sono sulla via di diventare falchi dell'Uno, eroi che raccolgono le forze sparse dell'anima sotto il solo comando del proposito universale, e che sono costanti in questo percorso attraverso sforzi persistenti. È semplicemente un'accelerazione della naturale evoluzione del dio potenziale alla quale si sottomettono queste anime eroiche, e con la distruzione dell'egoismo personale alleano i loro poteri al lavoro a lungo raggio che gli dèi fanno nel nostro mondo. Iniziazione significa "cominciare." Significa entrare in una nuova sfera di dovere, in un'arena di vita più esaltante e, per noi, divina." Il "falco dell'Uno" è coronato come un guerriero degli dèi e intraprende le "opere degli anni e delle ere."


TAVOLE

La riproduzione fotografica delle prime cinque pagine del Codex Regius, come fu elaborato da Saemund il Saggio un migliaio di anni fa. La Völuspá copre le prime quattro pagine e termina a pagina 5 in cui l'Hávamál inizia al rigo 4. Notate il monogramma del Vescovo Brynjolv Lupus Loricatus.png (Lupus Loricatus) in fondo alla prima pagina, e la data di quando egli l'acquistò, il 1643. (Riprodotto con il permesso dell'Arna Magnussonar Collections a Reykjavik, Finlandia.)

Codex Regius Pagina 1:

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Codex Regius Pagina 2:

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Codex Regius Pagina 3:

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Codex Regius Pagina 4:

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Codex Regius Pagina 5:

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[1] Il Discorso di Rig, cap. 18.

[2] Svedese: vingvan, fjäderblad; sanscrito: vimāna.

[3] Oggetti quasi stellari, popolarmente chiamati quasar.

[4] Michael Zeilk: Astronomy, The Evolving Universe, 1979, p. 501.

[5] Lida: soffrire o hlid, lato, grado, allineamento. Per implicazione, questo "ripiano" potrebbe suggerire che, essendo gli dèi allineati dal nostro lato o, più verosimilmente, "soffrendo" o "empatizzando" — come nella compassione in Latino o la simpatia in Greco, da pathein, soffrire, perdurare e per estensione di significato: sopportare.

[6] Lokasenna (La Disputa di Loki).

[7] Genesi 3: 22, 24.

[8] Indaba, My Children, pp. 3 — 13.

[9] Bhagavad-Gītā, cap. xv.

[10] Chiamato anche Woden o Wotan.

[11] Völuspá, 20.

[12] Queste Stanze fanno parte degli antichi annali dei quali La Dottrina Segreta è un commentario.

[13] Grimnismál, 26.

[14] Ör (Islandese) o ur (Svedese) è un prefisso preposizionale per il quale non esiste alcun equivalente adeguato in Inglese. Significa "fuori di" e indica un'emanazione da qualche radice primordiale o l'inizio senza inizio.

[15] Vedi Capitolo 9: 'Iniziazioni.'

[16] Chiamato anche Bäfrast, Billrast

[17] Singolare: van e áss (in Svedese ås); r preceduta da una vocale è una desinenza plurale (vaner, åsar o aesir). Ås significa anche la trave più alta di una casa. Si possono tradurre: i Van e gli Ase.

[18] Dall'Ynglingasaga dell'Edda Minore.

[19] La Dottrina Segreta, I, 27.

[20] Völuspá, 3,4.

[21] Vedi il Vägtamskävet.

[22] Il Discorso di Rig, Capitolo 18 — pp. 181-183.

[23] Capitolo 18, Il Canto di Rig.

[24] Un personaggio mitologico, un'incantatrice. — n. d. t.

[25] Capitolo 24.

[26] La Voce del Silenzio, p. 133 ed. or.

[27] Capitolo 25: Skirnismál.


Parte II: Note, Discorsi Tradotti, e Storie

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